L’ateneo fashion di Henry Cotton’s
di Daniele Catena

L’idea di una divisa scolastica alla maniera anglosassone è qualcosa di anni luce di distanza dalla nostra concezione di vita collegiale. Sebbene il look degli studenti italiani sia molto riconoscibile, ad esempio le super stilose Luiss girls, gli stemmi universitari ed i colori degli atenei non vengono adottati come status symbol d’appartenenza a qualcosa di esclusivo, che sia la “Sapienza” o la “Bocconi”.
In altri luoghi la situazione è leggermente diversa. L’America ed il Giappone sono i leader dell’uniforme scolastica trendy, ma anche al vecchia Inghilterra non si fa mancare la sua dose di esclusività. Harvard ed Oxford sono i due atenei elitari, quelli adorati e sognati dagli studenti di buona famiglia. E proprio questi due atenei, in collaborazione con Henry Cotton’s, hanno lanciato la loro personale linea d’abbigliamento.
In realtà il procedimento funziona al contrario. Manilo Massa, general manager di Henry Cotton’s, ha pensato di voler realizzare una linea esclusiva in sinergia con i campus più illustri del mondo, per poter dare la possibilità di avere uno stile riconoscibile, e soprattutto adottabile da tutti gli studenti universitari.
Questa linea d’abbigliamento è infatti venduta in tutti gli stores di Henry Cotton’s e, sebbene per ora la collezione prevede solo polo e felpe, è in arrivo anche un’intera linea per la prossima primavera. Prettamente maschile, la stesso concept al femminile è in fase di elaborazione, Henry Cotton’s dà la possibilità di acquistare qualcosa di unico, qualcosa che indichi l’appartenenza ad un gruppo particolare, ed anche privilegiato.
Questi vestiti non renderanno migliori le nostre università, ma almeno ci permetteranno di scegliere liberamente, almeno con lo stile, il nostro ideale di università; magari aspettando Dolce & Gabbana per la “Sapienza”.
via|4FOUR
Dsquared2. Spring/Summer 2010
di Daniele Catena

Dsquared2 è un brand che ha sempre dimostrato di essere al passo con i tempi, senza mai rinunciare al concetto di moda come gioco e divertimento erotico. Le collezioni a tema, che hanno lanciato Dean e Dan Dsquared nell’olimpo della moda commerciale, hanno sempre stupito, sconvolto e venduto. La collezione religiosa è quella che più di tutte ha lasciato un sengo. Crocifissi, cuori sacri e colombe stampate hanno trasformato l’icona religiosa in un simbolo di street art wear. Certo, anche Dolce & Gabbana l’hanno fatto, ma in chiave più glamour e classica.
Dopo lo stile Hip Hop e street, che ha caratterizzato le vendite di questa stagione, Dean e Dan pensano al 2010 con una nuova collezione urbana dedicata ai mestieri. Come al solito play is better. E quindi il boy scout, il muratore, l’escursionista ed il macellaio diventano parte del nuovo immaginario fashion. Colori accesi, tessuti grezzi, militari e spillette sono tutti mischiati per un meltin’ pop confuso e sexy. L’uomo torna uomo, e talvolta anche un pò nerd. L’abito diventa dimostrazione della voglia di divertirsi e si fa maschera camp di un immaginario notturno.
Dsquared2 è l’eccesso che piace. E’ il gioco che vende. E’ un brand in continua ascesa.
Foto via| CooleChic
Clubbing Roma
di Daniele Catena
L’estate romana è sempre ricca di eventi imperdibili (e problemi organizzativi). Con ancora i forse alcuni eventi, il cartellone di questa estate è pronto ad offrire delle locaion estremamente cool. Completamente urban, i club protagonisti sono immersi nelle atmosfere capitoline estive. Verde e spazi aperti daranno sfogo all’immaginazione ed il ritmo. L’EUR sarà il polo del divertimento notturno. Zona trendy e totalmente metropolitana, ospiterà, nelle sue aree verdi, il GAYVILLAGE. Ancora in forse, per via della sovrintendenza, il VILLAGE è l’evento estivo più frequentato a Roma. Come al solito, due piste, spazio arte, teatro e negozi, accoglieranno i visitatori abbracciandoli con la colorata cultura glbtq. Ancora all’EUR è in apertura il PURPLE per gli amanti della commerciale, house e revival ed aperto alle sperimentazioni artistiche ed alle istallazioni. Sempre in zona è la volta dell’ABSOLUT che, dotato di piscina, ristorante ed area relax, offre un’offerta che spazia dalla musica rock all’elektro, ospitando anche il party evento dell’estate, FRESH – Gay and Lesbian dance pool party. E se ancora non ne aveste abbastanza dell’EUR è in arrivo anche il REFRESH per gli aperitivi su base elektro, indi e (no)wave.
Cambiando zona, se si volesse optare per un’area più centrale, sul lungotevere, tra Ponte Milvio e Duca d’Aosta apre la mega area dell’ECO, che ospita, tra le altre serate, MUCCASSASSINA SUMMER BOX, ovviamente di venerdì. Riapre anche, l’ormai annuale, spazio AREA in via dei Campi Sportivi. Club strutturato in 4 piani prevede una grande pista da ballo e tre privè esclusivi.
Ultima, ma non meno importante, l’estate romana al mare è anche ad Ostia. Non ci sono qui particolari novità se non al GO BEACH, con la versione estiva del GORGEOUS I AM.
Help yourself in questa estate romana caldissima.
RomaPride tra lustini e rabbia
di Maria Tridico e Daniele Catena
Si può solo rallentare ma non fermarlo.

“Io voglio dedicare questo pride ad un ragazzo di sedici anni che si è scoperto gay ed ha accettato di essere gay. Che probabilmente a casa sua al telegiornale vedrà l’immagine di questa piazza piena. Molto probabilmente suo padre dirà: Che schifo; che zozzoni. E lo sta dicendo a suo figlio di cui ignora la sua sessualità. Noi vorremmo dire da questa piazza a quel ragazzo di provincia: Non sei solo. Siamo tutti con te.”

Al grido di “Liberi tutti, liberi tutte” il 13 giugno si è svolto il Roma Pride 2009, la parata per i diritti delle lesbiche, gay, bisessuali, transgender/transessuali, queer e tutti gli uomini e le donne libere. La Gay Parade è stata solo il momento finale di un lungo iter cominciato con un grosso disagio legato ai movimenti politici e alla questura romana. Non è semplice arrivare alla conclusione dell’evento. Fino a poche ore prima della parata non si sapeva se ci sarebbe stata o no l’autorizzazione e le forze organizzative hanno fatto tutto il possibile per rivendicare, anche legalmente, il diritto di manifestare degli omosessuali. E per questo diritto, il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli ha fatto anche ricorso al TAR per la continua negazione del percorso da parte della questura. Stefano Mastropaolo, segretario del Circolo Mario Mieli, in un’intervista rilasciata a Fuori Le Mura ha affermato che “come sostiene anche la nostra presidente Rossana Praitano, c’è stato un funzionario che ha pensato di fare cosa giusta anticipando quella che sarebbe stata una decisione presa. Ci sono tre ricorsi in corso e si è arrivati al TAR sia per la negazione di piazza San Giovanni che per accedere a Piazza Venezia, non più presente nei nuovi accordi comunali per le manifestazioni pubbliche. Non hanno riconosciuto il Roma Pride come nazionale”, continua a spiegare Stefano Mastropaolo, “ma il Roma Pride è una manifestazione nazionale che comprende trenta sigle presenti nella maggior parte del territorio nazionale.” E la maggiore visibilità è stata proprio data dal chiacchiericcio dei media su questa questione, ponendo in forte risalto la parata, che probabilmente sarebbe passata inosservata.

In attesa dell’Euro Pride che si terrà a Roma nel 2011, Ornella Muti, madrina dell’evento, ha tagliato il nastro rosso come buon augurio per il futuro pride. Rispetto agli altri anni l’esuberanza è stata ridimensionata perché, più che mostrarsi alle televisioni ed agli spettatori, tra i partecipanti c’era la voglia di manifestare e protestare. Nonostante la parata fosse più contenuta, è rimasto lo spirito euforico che caratterizza l’evento. Da piazza Esedra fino a Piazza Navona, passando per Piazza Venezia, a ritmo di pop, house e samba, hanno sfilato 20 carri. Dietro lo striscione d’apertura, che recava il motto “Liberi tutti, liberi tutte”, il tradizionale autobus a due piani, capitanato dalla Karl dù Pignè, ha fatto rivivere il ‘69, anno dei fatti di Stonewall volendo lanciare il messaggio che pride non è solo per gli esponenti della comunità lgbtq ma anche per gli eterosessuali.

Lady Ursula, drag di sera e studente di mattina, dice di essere andata alla manifestazione armata di tacco numero 20 e boa fucsia “perchè sentivo la necessità e l’obbligo di manifestare la libertà d’espressione e delle scelte di vita, che non vanno a né a ledere e né a danneggiare le scelte di tutte le altre persone”.
Germano invece si definisce “frocio” perché “omosessuale mi sembra più una definizione da manuale medico. È una parola che viene messa, secondo me, per etichettare le persone ancor di più che frocio, che può essere usata come un’offesa verbale e basta”.
Sara Castania, invece è andata al Roma Pride “per testimoniare l’orgoglio frocio. E ci tengo che voi scriviate frocio. È la prima parata che ho seguito quindi per me è stata magnifica. Poi ero piena di enfasi in prima fila. Mi sentivo molto partecipe e per questo ho deciso di portare lo striscione del Mieli, per manifestare l’idea che per gli omosessuali valgono gli stessi diritti degli eterosessuali. E un eterosessuale che porta lo striscione è segno del grande messaggio che il pride vuole mandare”.

Dunque, quello che si è svolto per le strade proibite di Roma, non è stato soltanto un carnevale ma anche una protesta per ricordare sia le discriminazioni che il rispetto dei diritti, cominciando da quello di scendere in piazza.
EDITORIALE. Compro dunque sono.
di Daniele Catena

“Io sono per l’arte delle pompe di benzina bianche e rosse e delle insegne luminose ad intermittenza, per i biscotti… Sono per l’arte Kool, l’arte 7-Up, l’arte Pepsi… l’arte 39 centesimi e l’arte 9.99 dollari.” Claes Oldenburg
La crisi economica sembra non abbandonarci più. Per strada riesco a vedere i volti tristi di alcune persone che vorrebbero comprare, ma non possono. A stento, altri ancora, riescono a pagare il mutuo, figurarsi comprare quelle scarpe da 200 euro. Nell’era postmoderna, in cui il simbolo e l’icona televisiva acquistano di importanza nelle nostre vite, “Compro dunque sono” diventa qualcosa di tangibile. L’I-Pod non è migliore di altri lettori mp3, ma è uno status symbol. È quell’oggetto che se lo possiedi sei nel clan. E così quella maglia strana ad edizione limitata o il nuovo netbook che viene pubblicizzato in maniera estremamente cool in TV. Comprare è sinonimo di benessere. Comprare ci rende delle persone “migliori”, quantomeno nell’aspetto. Comprando il nostro stile di crea, e quindi anche noi. Compriamo perchè siamo.
Ma cosa succede quando non possiamo comprare. Cosa diventiamo nell’assenza dell’acquisto? Siamo assuefatti dal lusso, e non è un male se ce lo possiamo permettere. Ma se le finanze drasticamente diminuiscono, rinunciare a quel prodotto in più a cui eravamo abituati diventa frustrante. Quello status symbol non può più rappresentarci e ci vediamo diversi dagli altri. Pensiamo che senza una t-shirt di Armani la nostra vita sia peggiore di prima, ma è tutta un’illusione.
Becky Bloomwood direbbe che stringere le mani su un sacchetto nuovo, colorato, pieno di vestiti e fashion item è una delle esperienze più soddisfacenti. Ed è vero, ma in assenza di ciò, ci si può godere la vita ugualmente. La crisi economica non deve imporci una manipolazione dell’umore, ma può farci scoprire altre vie per l’appagamento. Tutti possiamo trovare la nostra via di “risparmio” nella società globalizzata in cui il low-price non è irrimediabilmente un sinonimo di scarsa qualità. Come dice Tommy Hilfiger: “Penso che anche se si è costretti a fare economia, ci si può comunque trattare in modo diverso. Si può andare da Häagen-Dazs. Ma anche avere una buona cena con ottimo vino. Tutto è relativo, ma anche senza troppi soldi puoi ancora prendere la vita con allegria”.
E sembra davvero semplice, perché forse lo è. In questo momento storico non serve crogiolarsi nella disperazione e nel lamento, perché un modo per essere felici si trova. L’allegria è la soluzione. Un’allegria che non è prendere sotto gamba i problemi economici, ma ci aiuta a superarli senza cedere. Ci sorregge. E questa crisi prima o poi passerà, ma per ora ci sono tante e tante cose da poter fare, ma non le vediamo. Dobbiamo solo aprire gli occhi.
“Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla. Una Coca è una Coca e nessuna somma di denaro ti può permettere una Coca migliore di quella che si beve il barbone all’angolo della strada. Liz Taylor lo sa, lo sa il Presidente, lo sa il barbone e lo sai anche tu.” Andy Warhol
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Tommy detta moda.
di Daniele Catena

“Details” è la bibbia americana dello sport ‘n’ casual wear maschile. A suon di redazionali di moda si fissa con precisione lo stile contemporaneo, creato in base alle necessità sociali ed economiche che ci si presentano di volta in volta. Indagando sullo stile e sulla contaminazione di generi, “Details” vanta ottime firme e gradi consulenze. Nel numero di maggio è proprio Tommy Hilfiger, guru dell’American Style, che detta regole per l’uomo moderno. Condivisibili o no, le regole strutturano lo stile contemporaneo con particolare attenzione al dettaglio.
Come postulato iniziale Hilfiger ci tiene a precisare che “i trends sono molto pericolosi, perché normalmente sono temporanei e talvolta potrebbero farti sembrare ridicolo. Se lo slim va di moda, indossa slim pants con una camicia tradizionale ed una giacca, così avrai solo un grammo di ciò che fa tendenza”. Hilfiger è conosciuto per il suo stile American Classic, non senza una giusta dose di street style. Il concept alla base della Hilfiger Industry è proprio quello di vendere un marchio riconoscibile e sinonimo di qualità, senza sottostare alle tendenze del momento. “Less is better”, aggiunge lo stilista, “Anche se ha tanti accessori nel tuo grande armadio non devi indossarli tutti insieme. Scegli uno solo dei tuoi oggetti di stile”. E continua: “Troppe stampe sono un disastro. Le camicie tropicali vanno bene ai tropici ed le infradito in spiaggia”. La semplicità è comunque il tratto caratteristico delle regole alla Hilfinger.
“Credo che lo stile preppy sia la via da percorrere”, continua nel suo elenco di regole, “è sinonimo dello charm del vecchio continente ed è apprezzato da tutte le icone. Da Robert Redford a James Dean. Dovremmo esserne orgogliosi. Essere preppy è comodo e se fatto bene, con buona qualità, sembra una combinazione tra lo stile Italiano e quello Inglese”.
Ma i consigli di Tommy Hilfiger vanno anche oltre lo stile. “Penso che anche se si è costretti a fare economia, ci si può comunque trattare in modo diverso. Si può andare da Häagen-Dazs perché non costa molto. Ma anche avere una buona cena con ottimo vino. Tutto è relativo, ma anche senza troppi soldi puoi ancora prendere la vita con allegria”.
Magari seguire le regole può non piacere, ma si prendano le parole di Tommy Hilfiger come un’idea ottima di stile e comodità. Magari continuerete ad indossare i vostri slim pants con maglie stretchissime e cardigan extra small, ma almeno su una cosa Mr. Hilfiger ha assoluta ragione. Qualunque sia il tuo stile, la cosa più importante è godersi la vita. Questo è un dono che nessuna boutique potrà mai mettere in vendita.
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Sacro e Profano
di Daniele Catena
SACRO E PROFANO (Filth and Wisdom), nelle sale dal 12 giugno, è il film che vede il debutto registico di Madonna, vera icona della cultura contemporanea.
Film urbano, è un racconto di vite sopra la riga; è l’insieme delle parole che narrano delle esistenze perdute in un luogo che è Londra, ma che potrebbe essere una qualsiasi città. A.K (Eugene Hutz) è un musicista punk-gitano che, cercando successo, lavora come “master” per accontentare le pulsioni sessuali dei suoi clienti. Holly (Holly Weston) è una ballerina che non trovando lavoro comincia una brillante carriera come lap-dancer. Juliette (Vicky McClure) fa la commessa in farmacia, ma sogna di andare in Africa per fare la volontaria.

SACRO E PROFANO, creato per essere un cortometraggio, è poi diventato l’opera prima di Madonna. “Mi sono innamorata dei personaggi”, dice la cantante “e ho voluto farli vivere più a lungo. Terminato il film mi sono resa conto che ognuno di loro rappresenta un aspetto della mia personalità e così l’esperienza si è rivelata tanto artistica quanto terapeutica”. E SACRO E PROFANO appare realmente indivisibile dal personaggio Madonna. Tutte le sregolatezze e le missioni del personaggio confluiscono in questa storia, che più di una canzone, appare personale.

Il sesso è presente in ogni momento ma non rappresenta l’elemento di evasione. I rapporti estremi vengono presentati nella loro grande naturalezza. Ed è proprio l’attrazione fisica che lega i personaggi e li incatena. Dal basso, il racconto si innalza, diventando metaforico. Si muove proprio dalla sporcizia alla saggezza. Dal buio alla luce, come il concetto alla base della Kabbalah. Questa religione, di cui Madonna è grande praticante, impregna ogni aspetto della pellicola mostrando, metaforicamente, quel percorso religioso/personale che conduce alla ricerca della felicità.

Pur mostrando degli aspetti acerbi (tanto nella regia, che nella sceneggiatura, come Madonna ammette), SACRO E PROFANO colpisce per la sua etnicità ed ambientazione. Le musiche dei Gogol Bordello, di cui il protagonista del film ne è leader, creano un flusso uditivo eccentrico ed interessante. La commistione di generi crea un meltin’pot di immagini e suoni che fa rivivere la cultura metropolitana in tutta la sua diversità.
SACRO E PROFANO non è un bel film, ma è molto interessante. Merita di essere visto ma senza il dito puntato al particolare. E’ un flusso di coscienza eccentrico che forse, riesce anche a stupire.
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F*** me, I’m Famous!

“Scopami, sono famoso!” Nessuna proposta, solo un motto, quello di David Guetta, che con il suo “Fuck me, I’m Famous!” ha avuto un successo internazionale ininterrotto. Celebrity, clubs e DJ sets sono lo spirito di tutta la musica di Guetta che, in un’intervista, firmata da DJ Ron Slomowicz per About.com, spiega come sia nato il suo motto, che racchiude tutta la potenza musicale del DJ.
“Mia moglie è la PR numero uno in Francia ed agli inizi promuovevamo dei locali e c’era uno molto famoso frequentato dalle celebrity chiamato Libon Douche. Il locale aveva due piste, una era come un’arena e l’altra era solo per i personaggi famosi. Questo posto ebbe molto successo diventando davvero, davvero pazzo ed a questo punto pensai al mio motto”.
I suoi brani, suonati continuamente nei locali, hanno reso Guetta il Principe indiscusso della House Music. Ma la sua carriera comincia a 17 anni, quando, ancora inesperto, spintonava ad Ibiza per riuscire a trovare un suo spazio. Poi, nel 2002 il famoso motto e da quel momento è stata l’ascesa che, nel 2005, l’ha portato alla vittoria del premio di Best DJ agli House Music Awards tenutesi a Roma. Erano i tempi dell’album “Guetta Blaster” e del fortunato singolo “Just a Little More Love“, numero 1 nella Billboard Dance Chart.
La consacrazione arriva nel 2007 con l’album “Pop Life”. Molto più americanizzato nel sound e nel look, Guetta sforna un successo dopo l’altro. “Delirious” e “Love is Gone” sono i due singoli estratti di maggiore successo. Due video accattivanti hanno sfondato la barriera della music television arrivando ad un pubblico molto più vasto e commerciale.
Ed ora, il ritorno di F***ing Prince Guetta è vicino. Il 29 agosto verrà rilasciato l’atteso album, anticipato dal brano “When Love Takes Over“, già disco and radio hit. La voce femminile del pezzo è quella di Kelly Rowland che ha prestato la sua calda voce al DJ francese. Ed aspettando con trepidazione il video del brano e l’album dal titolo “One Love”, non resta che alzare il volume e portare le braccia al cielo. David Guetta è pronto a farvi scatenare.
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Gay Pride Story
di Daniele Catena
C’è qualcosa che sfugge a molti quando si parla di “Gay Pride”. L’immagine ricorrente al suono di queste due parole è una sfilata di uomini e donne nudi, colorati, sfrontati, indecenti. Pur sapendo che fortunatamente questo non è il punto di visione generale, ma solo una delle tante definizioni del “Gay Pride”, l’unica domanda che balza alla mente è: ma cos’è davvero questo Pride? Intanto il nome.

Partendo dalla traduzione, il termine Pride, tradotto in italiano come “orgoglio” ha causato non pochi problemi. La traduzione più corretta sarebbe “fierezza” ed è facile capire il motivo per cui la comunità GLBT sia così legata a questa manifestazione. Ma come è nata una così condivisa manifestazione?
New York non era ancora quella città libera e cosmopolita che tutti noi conosciamo. Nel 1969 le tensioni tra la comunità gay e le autorità omofobiche andavano aumentando. L’idea della rivoluzione era forte in tutta l’America grazie alle manifestazioni per i diritti dei neri ed ai moti del ‘68. Fu così che il 28 giugno dello stesso anno ci fu la rottura definitiva. Lo Stonewall Inn era il club gay più frequentato a New York e quella notte fu la scena della retata più cruenta che l’America gay aveva mai visto.

La polizia, inferocita contro i frequentatori del bar, usava la violenza per farsi valere. Dall’altro lato, la comunità gay, stanca dei soprusi, decise di agire. Con lo slogan del “Gay Power” la folla organizzò una rivolta contro la polizia. Le stime dell’epoca parlano di 2000 manifestanti contro 400 poliziotti. Ma quella notte non fu l’ultima. Tutta la rabbia covata negli anni precedenti venne a galla, creando altri numerosi disagi nelle notti successive al 28 giugno. La folla di manifestanti era varia e diversa. Molti libri ed articoli parlano delle Drag Queen che, in fila, ridicolizzavano i poliziotti con cori e risate.

Da quel momento in poi la comunità gay americana (e poi quella mondiale), si coalizzò per lottare affinché fossero eliminate le differenze razziali. Ed il Gay Pride moderno è proprio la normale evoluzione di quella manifestazione. Allo Stonewall Inn parteciparono tutti i membri della comunità GLBT: gay, lesbiche, travestiti, drag queen e transgender. Ed allo stesso modo, il Gay Pride rappresenta quella marcia libera in cui tutti possono essere quello che vogliono.

Probabilmente poco compreso, il Gay Pride che tutti conoscono è quella festa finale che si snoda nelle strade delle nostre città, ma in realtà c’è molto altro. Sulla base dell’idea che la cultura è l’unica arma per cancellare l’intolleranza, la Pride Week offre numerose mostre, incontri e serate, atte a diffondere la cultura gay e quello che rappresenta. Non una distinzione sessuale, ma uno state of mind; quell’occasione in più creare cose belle partendo dalla diversità che tutti noi accomuna.
Per informazioni visitate il sito internet del RomaPRIDE
N.D.R. Questo articolo si discosta dalla linea editoriale di 4Four volutamente. L’argomento trattato (con una particolare attenzione all’aspetto storico), è un pezzo informativo atto a favorire la comprensione degli eventi collaterali che seguiranno ed anticiperanno il Gay Pride romano. 4Four seguirà il cartellone di eventi speciali organizzati durante la Pride Week cercando di favorire la diffusione di quella che viene chiamata “cultura gay”, ma che in realtà è semplicemente una piccola parte della “cultura contemporanea”.
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Party Tattoo

Il tatuaggio, che si sperava passasse di moda, ora è divenuto una status symbol. Portare sulla propria pelle un disegno che ci rappresenta ci rende parte di un gruppo, esattamente come accadeva con i tatuaggi dell’antichità, ma con più stile. Il tattoo, spinto al limite grazie alle sperimentazioni dei coraggiosi ragazzi degli anni ‘90, è un particolare alla moda che quasi tutti vorrebbero, prima o poi, avere.
Ed in America, dove l’urban style è nato, il tatuaggio diventa l’elemento necessario per attirare l’attenzione. E per essere poliedrici anche con una forma d’arte permanente, a NY, i ragazzi cool del momento, optano per una soluzione meno permanente, ma sicuramente più eccentrica. Il disegno sulla pelle diventa qualcosa di momentaneo grazie alle soluzioni inventate dai make up artist. Linda Mason, artista con sede nella fashionista SoHo, è l’artista del momento del tatuaggio temporaneo. «Il tatuaggio è diventato un accessorio come le scarpe, la borsetta, gli orecchini o le extension per i capelli. Non più per sempre, magari pentendosene dopo qualche tempo. Bensì, si fa e si cambia in base al tipo di serata, all’abito, all’umore», dice Linda Mason alla rivista Tattoo-piercing.biz.
Ed ogni sera si può scegliere tra serpenti, teschi, fuoco, stelle temi orientali, perché il tatuaggio temporaneo è sinonimo di eccesso. Lo sanno bene i giocatori della NBA che hanno adottato questa tendenza per ridecorare di partita in partita le loro braccia. Ma cosa succede in Italia? Il tatuaggio temporaneo non ha ancora trovato il suo spazio. Il costo di ogni disegno parte dai 100 dollari in su (il prezzo di un tatuaggio classico), e spesso si preferisce l’inchiostro permanente a questa moda costosa e momentanea.
Ma se almento una volta nella vita vi andasse di fare una pazzia, optate per il tatuaggio temporaneo. Durante la serata avrete tutti gli occhi puntati su di voi, e magari il giorno dopo deciderete di ricoprire for real il vostro corpo con uno splendido Irezumi.
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Photo|nublog