Amleto
Al teatro Eliseo va in scena uno strano AMLETO. Un Amleto totalmente Shakespeariano, ma distante di molto dall’ambiente vittoriano che l’ha visto impazzire per la prima volta. Commistioni tra diverse culture confluiscono nello spettacolo, a teatro dopo una nuova ricerca che lo rimostra nella sua grandiosa interezza.
Alla corte di Danimarca, il Re, padre di Amleto, muore tragicamente, ed il suo trono passa al fratello, che solo dopo un mese dalla morte del regnante ne sposa sua moglie, la vedova. Amleto non accetta questa situazione e lentamente cade nello sconforto, abbandonando la felicità della vita e l’amore sconfinato per la dolce Ofelia. Ma durante una fredda notte il Re defunto torna sotto le sembianze di un fantasma per dire ad Amleto che in realtà è morto per pugno del fratello, nuovo Re di Danimarca, che già da tempo si intratteneva con sua moglie. La pazzia si impadronisce del protagonista che comincia a meditare la vendetta, addentrandosi in un tunnel di morte completamente incontrollato.
Shakespeare ed il suo stile crudo e forte, viene totalmente ridimensionato in una nuova collocazione culturale. Il teatro vittoriano lascia spazio all’arte giapponese del teatro del No, che stranamente appare perfetta sul testo. Lo stile giapponese invade gli abiti per primi. Kimono e strutturalismo nippone caratterizzano i personaggi che si muovono su un palcoscenico quadrato e mobile. Una piattaforma che ricorda quella dei teatri tradizionali giapponesi, ma con la possibilità di essere mossa ed innalzarsi o riabbassarsi per modificare e ridisegnare lo spazio. Gli elementi scenografici dipingono sempre nuove immagini impressionanti e bellissime. Tagli colorati ed elementi geometrici creano tutto un mondo perfetto; un mondo che respira l’arte a noi lontana. Ma il teatro del No lo si vede anche nello scorrere del tempo (oltre che nella strutturazione dei personaggi). Le azioni si dilatano nella lunghezza di quattro ore di spettacolo, ed esattamente come l’originale, concede la possibilità allo spettatore di ascoltare ed avere il tempo di pensare, cosa rara nelle opere contemporanee.
E mentre la follia di Amleto comincia ad infettare i personaggi già malati, a noi è chiesto di pensare fin dove la cattiveria umana può arrivare e fin dove ci si può spingere per raggiungere la propria vendetta. Uno spettacolo, questo AMLETO, che ci mostra una cultura distante, che però si plasma perfettamente sulla nostra arte dimostrandoci sostanzialmente due cose. La prima è che l’altro non è mai troppo diverso da noi e va esplorato, come Shakespeare esplora la pazzia. La seconda è più semplice. È la certezza che un buon teatro esiste ed AMLETO ne è la prova.
“Amleto” di William Shakespeare al Teatro Eliseo. Il cast: Franco Barbero, Sergio Basile, Giancarlo Condè, Eva Drammis, Paolo Musio, Simone Toni. La regia è di Pietro Carriglio. In scena sino al 5 aprile 2009
Via| FuoriLeMura
Intervista a Vin Diesel e Michelle Rodriguez
Vin Diesel e Michelle Rodriguez sbarcano a Roma per presentare il quarto sequel della fortunata serie FAST & FURIOUS. I due hanno preso parte al primo film della serie ed a questo. Il motivo ce lo spiegherà, con molto trasporto Vin Diesel che dimostra che dietro l’immagine del duro, e le chiacchiere di corridoio che lo riguardano, c’è invece una persona molto dedita al bel lavoro e con delle enormi motivazioni per andare avanti.
Dopo il primo FAST & FURIOUS il fenomeno del tuning, ovvero l’arte di modificare le macchine, ha letteralmente invaso l’Italia, ed ovviamente il resto del mondo. Potevati immaginarvi che sarebbe successo tutto questo?
VIN DIESEL: Wow. Bene. Per quanto riguarda il tuning è una cosa che sentiamo spesso viaggiando negli altri paesi. Abbiamo viaggiato con questo press tour e con quello del primo film nel 2000 e sapevamo che stavamo sfruttando un mercato sotterraneo. Forse non ci credete ma in America non era affatto di moda. Era una sottocultura e con questo film l’abbiamo resa conosciuta. Sappiamo e siamo orgogliosi che abbiamo dato vita a questo nuovo fenomeno. Eravamo consapevoli che stavamo prendendo una posizione. L’idea di migliorare un motore era una presa di posizione piuttosto netta. In più fino al primo film della serie FAST & FURIOUS le auto erano molto costose e con questo vogliamo dire che anche una macchina poco potente può diventare grandiosa. Come una Lamborghini. Perciò va benissimo. Ben fatto
MICHELLE RODRIGUEZ: Quello che mi piace della mia professione è che si può dare voce al passato e la sottocultura. Magari attività non dichiarate, illegali. Si dà voce anche alle tribù contemporanee. Quelle che non trovano spazio e sfogo. Quelle messe in comparti stagni e se ne parla solo quando il fenomeno passa. Con questo FAST & FURIOUS ci avviciniamo ad un mondo nascosto. Grazie a film di questo genere mostriamo quelle culture che nel mondo esistono. E voi come me se non ci fosse nessun film su questo argomento, probabilmente non ne avremmo saputo nulla.
Dopo 8 anni vi siete ritrovati sullo stesso set in cui per la prima volta avete lavorato insieme. Com’è stato ritornare a FAST & FURIOUS e, Sig. Diesel, che sensazione si prova a lavorare con una donna affascinante come Michelle Rodriguez?
VIN DIESEL: Che sensazione si prova a lavorare con Michelle? Non posso mai parlarne troppo bene. Michelle è stata il mio primo amore. Quando ci siamo incontrati la prima volta avevo recitato solo in XXX e SALVATE IL SOLDATO RYAN. Non avevo ancora rappresentato il mio amore o l’amore per altri in questi film. Perciò è stato speciale tornare a recitare in questo ruolo. Un personaggio che ama un altro personaggio. E lei è davvero così amabile sia nel film che nella vita.
MICHELLE ROFRIGUEZ: FAST & FURIOUS è stato il primo film; è stato la nascita per me ma anche per gli altri attori; la nascita della nostra carriera ad Hollywood. È recitane nuovamente in FAST & FURIOUS è stato come tornare in famiglia. È straordinario. Sono passati 8 anni e ci siamo rincontrati tutti dicendoci che è passato tempo, che siamo più maturi. E’ davvero bellissimo tornare insieme. Questa esperienza ci lega in modo profondo. Tutte queste persone sul poster… (indica la gigantografia alle sue spalle n.d.r.) …vederle nuovamente insieme è meraviglioso. Riprendere la formula di questo film è meraviglioso.
Sig. Diesel, voci di corridoio annunciano che presto lei indosserà i panni di Annibale. Ci può parlare di questa esperienza?
VIN DIESEL: Vuoi davvero che ti parli di Annibale? Tu che sei romano? Sei sicuro? Quando sono arrivato in questa città (ride continuamente n.d.r.), durante il viaggio dall’aeroporto all’albergo, sulla via appia, la strada più vecchia del mondo mi sono detto: menomale che non ho saccheggiato Roma. Una città veramente bella. Infatti, forse sto dicendo un po’ troppo, ma pensando a FAST & FURIOUS, ed a come potrebbe continuare, ho cominciato a pensare a tutte le corse possibili che si potrebbero fare sull’appia. Delle corse con i cavalli sull’appia. (continua a ridere n.d.r). Vi amo tutti voi romani!
Questo nuovo FAST & FURIOUS è un sequel completamente diverso dagli altri. Forse anche superiore al primo.
VIN DIESEL: E’ davvero così. C’è voluto così tanto tempo per realizzarlo perché stavamo aspettando di fare un film vero e proprio. Nessuno voleva solo un sequel per il semplice motivo di eguagliare il successo economico del primo. Volevamo dare un seguito alla storia. Quando si pensa a FAST & FURIOUS si pensa ad auto, corse, belle donne ma al cuore c’è l’esplorazione dell’amicizia. Il film definisce l’amicizia tra persone e questo è visibile agli occhi di tutti quelli che hanno visto il film. In più c’è voluto molto tempo per convincere anche gli studios. È un bel complimento sentirti dire che hai apprezzato questo film perché la nostra intenzione era proprio questa.
Lei è un’icona dei film d’azione moderni. Prima di lei c’erano Stallone ma anche Schwarzenegger. Anche lei provava ammirazione per loro tanto da ispirarsi nei suoi film?
VIN DIESEL: Abbiamo tutti amato i film di Stallone e Schwarzenegger. Ma prima di loro si guardavano altri film come Via col Vento ed i film di questo genere erano i film d’azione nella loro epoca, con l’unica differenza che venivano chiamati solo film. Non avevano l’etichetta “d’azione” e tutti gli attori di quel periodo ora sono i miei eroi ed io mi avvicino a loro con la stessa convinzione. Alcuni film hanno bisogno di più azione ma il mio approccio è sempre lo stesso e spero che questo si possa riflettere nel mio lavoro. Spero che possiate vedere FAST & FURIOUS e capiate che l’abbiamo fatto col cuore. Non sfruttiamo solo l’azione ma cerchiamo di fare qualcosa con un significato importante senza l’etichetta di “eroi” o “film d’azione”. I miei modelli vanno quindi indietro a Stallone anche se lui mi ha fatto venire la voglia di farmi partecipare a queste opere in più, crescendo a New York ci si poteva sentire molto forti dopo aver visto i film di stallone e noi abbiamo inserito nei nostri quell’elemento che ti possa far pensare che tutti possano davvero salvare il pianeta.
Nella sua carriera ha recitato i ruoli di tre grandi personaggi. Riddick (PICH BLACK), Cage (XXX) e … (FAST & FURIOUS). Ha fatto di tutti un sequel tranne che per XXX. È una scelta personale o dell’industria?
VIN DIESEL: A volte Hollywood si eccita un po’ troppo. Ne ho già parlato. Ci sono voluti 5 anni per Riddick ed 8 per Toretto. Rob Cohen farà invece il prossimo XXX e si riallaccia a quello che dicevo prima. Hollywood non è mai riuscita a comprarmi. Non faccio un sequel perché lo fanno loro. È molto più importante mantenere l’integrità di un personaggio ma a volte uno studios preferiscono fare film molto in fretta. Ma io, per i personaggi a cui tengo, preferisco aspettare. Spesso mi dicono che sono una persona difficile ma la verità è che se un personaggio mi è sacro io sono l’ultimo che decide e voglio che sappiate che se faccio un film è perché ci metto il cuore. Mi hanno detto che faccio il prezioso e che ho degli standard molto alti per la sceneggiatura. Ho recitato a teatro e credo che il cinema sia davvero sacro e mi rifiuto di scendere a compromessi.
Lei ha dato solo una volta la voce ad un film d’animazione; IRON GIANT. Pensa di voler tentare nuovamente questa strada prossimamente visto il numero sempre più alto di film animati?
VIN DIESE: Ottima domanda. Ma perché non me l’hanno più chiesto? Non lo so. La Pixar non mi ha più chiamato e non so perché. Non so se sono i miei agenti che rifiutano senza dirmi nulla. Perché non me l’hanno più chiesto? Perché lo farei. Forse credono che la mia voce sia troppo forte. Non lo so. Ma perché diavolo non me l’hanno chiesto! Ripeto, ottima domanda e la faccio mia. Ma la risposta è si. Mi piacerebbe molto ripetere l’esperienza con un film di buona qualità. Forse quando si fa i preziosi non offrono le cosette ma forse ci sono dei grandi film e non hanno mai pensato a me. Non lo so. Quando ho lavorato per IRON GIANT non ero padre ma ricordo che ho pensato che quando avrei avuto figli mi sarebbe piaciuto che quando a mio figlio avessero fatto la domanda “cosa fa papà?”, lui avrebbe dovuto dire “Papà fa Iron Giant!”.
via|FuoriLeMura
Robin Hood – Il musical
ROBIN HOOD – Il musical – è andato in scena al Teatro Brancaccio. Produzione completamente italiana, vede come protagonista l’ormai star indiscussa del nostro musical, Manuel Frattini. Accanto a lui, nel romantico ruolo di Lady Marianna c’è Valeria Monetti, perfetta in qualunque ruolo da lei interpretato. Di Beppe Dati per la regia di Christian Ginepro.
La storia, che tutti conoscono per merito della Disney, ripercorre i passi di Robin Hood che sfida il nuovo Re della contea di Sherwood. In una corsa rocambolesca tra il castello e l’immenso bosco, Robin Hood diventa il furfante “che ruba ai ricchi per dare ai poveri”, ma con l’immagine fissa di Lady Marianna nel suo cuore. Lei, promessa in sposa al braccio destro del Re, non vuole assolutamente sacrificare la sua vita con un uomo che odia, e per questo fugge per dar man forte a Robin Hood, pronto, con il popolo, a sfidare l’intera corte.
Il primo atto scorre lentamente per la necessità di mostrare su tutti i livelli le storie che si incrociano. È come una grande introduzione che ci fa conoscere il grande amore tra Robin e Lady Marianna. Il secondo atto, movimentato e pieno di suspense, è quello che invece risolve tutti gli intrecci. Una grande gara di tiro con l’arco rende il pubblico partecipe di ciò che accade strappando applausi e sorrisi.
Dimenticato Bennato di PETER PAN e accantonato il Cocciante di ROMEO E GIULIETTA, le musiche di ROBIN HOOD, non sono nulla di memorabile ma sono giuste per la messa in scena. Cornamuse, canti medievali e moderne ballate si fondono tutte insieme per una colonna sonora importante, in cui le parole vincono sulla melodia. Emozionanti sono i duetti tra Robin e Lady Marianna e sicuramente coinvolgenti sono i pezzi musicati della festa al bosco che apre il secondo atto.
Le scene si rifanno alla vecchia Broadway, con l’aggiunta di un tocco di modernità. I fondali mobili sono tutti stampati e montati su pannelli che creano ora il castello, ora il bosco, ora una chiesa di qualche paese. E l’impianto luci è ben studiato per rendere il più reale possibile il bosco. Raggi di sole sembrano filtrare dai rami delle grosse sequoie e la nebbiolina avvolge tutto il palcoscenico.
Le interpretazioni dei personaggi sono tutte interessanti. Manuel Frattini è perfetto per Robin Hood, così come lo era per Peter Pan e Valeria Monetti recita Lady Marianna con una voce potente ed una semplice, ma perfetta, interpretazione. Ma la rivelazione è la Tata, interpretata da Mimma Lovoi, che concede un tocco di Napoli al suo personaggio, simpatico quanto la Tata/Papera della Disney.
ROBIN HOOD è davvero piacevole e divertente, e dimostra che anche l’Italia è in grado di creare un bel musical, ispirato a quelli di West End, ma con un forte temperamento italiano. Resta solo da capire il motivo per cui l’orchestra in scena sia ancora un taboo innominabile per le produzioni italiane.
Via| 4Four
I LOVE L.A. Style
Street. Fashion. Casual. Urban. Colorful. L.A. La moda di Los Ageles è in crisi, urlano i media. Ma la verità è che solo le certezze di una moda standardizzata sono in crisi nella città del cinema e delle possibilità.
Alla base dello stile losangeliano c’è un solo ideale. Casual. Ma non quello conosciuto in tutto il mondo, sobrio e comodo, ma quello ricercato, sformato e modificato. Un nuovo modo di vivere l’abito che rende lo stile Casual too hard. Maglie slaveless ed aderenti. Shorts e canotte. Camicie e flip-flops. Non importa che temperatura ci sia. L’importante è seguire il proprio stile.
Colori fluorescenti e tessuti disegnati creano un mondo giovane e ricercato nella più assoluta anarchia di regole. Il tatuaggio è l’elemento importante di questa nuova cultura urban, ed è ad L.A. che Ed Herdy è diventato celebre per le sue creazioni dedicate al tatuaggio. Le maglie diventano una seconda pelle per un modo di vivere easy e senza regole.
Ma come nasce questa destrutturazione dell’immagine? Los Angeles è famosa per i red carpet e per i party grandiosi del cinema in cui l’abito deve essere assolutamente perfetto. Lungo. Possibilmente creato esclusivamente per la serata. Se non appari al meglio non sei nessuno. Ed in questo ambiente stilistico la ricerca del comodo diventa una ricerca spasmodica del “comodo ma appariscente”. Appunto un casual too hard.
E questo stile lentamente esce dagli enormi confini di L.A. e per giungere fino a noi che forse non saremo mai in grado di limitari.
Via| 4Four
Alan Turing e la mela avvelenata
In scena al Teatro Belli fino al 5 aprile il monologo drammatico “Alan Turing e la mela avvelenata” per la regia di Massimo Vincenzi e con Gianni De Feo.
Un lungo dialogo immaginario fatto di lettere tra il matematico Alan Turing e sua madre scandiscono un ritmo lento che delinea il profilo di un personaggio a cui tutti noi dobbiamo essere grati. Agli antipodi del computer, Alan Turing ha creato l’idea della macchina pensante per mezzo dei numeri, e l’ha fatto amando quella materia. Amando la matematica tanto quanto amava gli uomini. E le sue parole straziate dalla pena di non essere accettato, si fondono con le parole di pazzia. Quella pazzia che faceva parte della vita di Alan, che lo spingeva a credere in Babbo Natale e follemente amare Biancaneve. E proprio grazie a Biancaneve, Turing arriverà ad ammazzarsi con una mela avvelenata a conclusione di una strana storia. Questa trama è confusionaria e piena di connessioni poco logiche, ma lo spettacolo si presenta nello stesso modo illogico da non permettere una lineare descrizione del racconto.
Sul palcoscenico c’è un solo uomo, Gianni De Feo, illuminato da luci che celano ora il volto ed ora il corpo. Quasi una figura scomposta su uno stage completamente vuoto. Le parole sono l’unica cosa che importa, ed ogni singola battuta rivela la sua importanza solo se accostata alle altre, fino alla creazione di un unico testo che svela il personaggio. Ma, malgrado la narrazione sia perfetta, e malgrado l’idea alla base di “Alan Turing e la mela avvelenata” sia originale e nuova, lo spettacolo non appare riuscito.
Una recitazione sottolineata da una tencica perfetta ed un apparato scenografico spoglio rendono lo spettacolo “pesante” da vivere. La pazzia di un genio diventa semplice dimostrazione di malattia in una piece vuota di tensione ed aspettativa. Quando sullo sfondo viene proiettata una scena da Biancaneve ci si ritrova completamente deconcenrtarti dalle immagini del cartoon, prova dello scarso coinvolgimento (e poco carisma) capace di dare Gianni De Feo. E forse questa è una grande occasione sprecata perchè la via di Alan Turing è stata molto più di semplice pazzia ed amore verso gli uomini. Alan Turin è prima di ogni altra cosa colui che ha amato la matematica, e colui che grazie ad essa ha aperto la strada al mondo contemporaneo, e forse questo aspetto meritava più attenzione di Babbo Natale e dell’amore folle per Biancaneve.
Via|fuorilemura
Against AIDS

I primi sintomi dell’AIDS sono piccoli. Quasi banali. E’ un attacco al sistema immunitario il più delle volte causato da batteri, funghi o parassiti. Dopo questa prima fase il corpo viene afflitto in tre diverse aree. Quella polmonare prevede la comparsa della polmonite e/o tubercolosi. L’area gastro-intestinale è afflitta da esofagite e diarrea cronica con successivo disidratamento. Infine, l’ultima area è quella neurologica che vede la presenza di toxoplasmosi (che porta alla meningite), Leucencefalite multifocale progressiva e AIDS Dementia Complex. Nei pazienti afflitti da AIDS aumenta il rischio di sviluppare tumori come il Sarcoma di Kaposi (tumori che attaccano le mucose come i genitali) ed ovviamente i linfomi. Febbre, sudorazione notturna, debolezza e perdita di peso sono i sintomi che accompagnano tutto il percorso del malato.
L’affetto da AIDS se non scopre immediatamente la malattia e comincia un ciclo medico ha aspettative di vita non oltre i 4/5 anni. Se non è possibile attuare un programma medico la morte arriva entro un anno.
E malgrado il lungo elenco delle malattie la verità è che l’AIDS non fa tanta paura. Perchè basta un piccolo accorgimento per evitarlo. Usare il preservativo. Il Papa ha proposto in Africa, dove la popolazione muore ogni giorno per l’AIDS, una cura definitiva. L’astensione. Ma astenersi dal fare sesso per debellare un virus significa darla vinta all’HIV. Significa informare male un intero popolo che crede che il preservativo sia il male da sconfiggere invece che il virus che ti uccide lentamente. Perciò, ancora una volta tocca ricordarlo. Finchè una cura non sarà trovata nessuna soluzione al mondo esiste se non il preservativo. Un piccolo gesto che salva la tua vita e quella di tante altre persone.
(Foto: 301.mackolik)
Lady Oscar – Francois Versailles Rock Drama
“Lady Oscar – Francois Versailles Rock Drama” è in scena al teatro Vascello fino al 5 aprile. Riportata sulle scene dopo due anni dal primo debutto italiano, il musical ripropone quella storia di passioni, intrighi e povertà che ha fatto appassionare tutti i bambini degli anni ’90, follemente innamorati dell’eroina assoluta Oscar Francois de Jar Jeux, e del suo fido amico Andrè.
Sulla scia dei musical “popolari” come lo sono stati “Dracula” ed il più conosciuto “Notre Dame de Paris”, anche “Lady Oscar” cerca di toccare le corde più emozionanti grazie ad una colonna sonora vibrante e forte. Completamente attuale. L’ambientazione, a metà tra le strade parigine e le stanze di Versaille, divide il palco in due diverse zone. Quella dei poveri e quella invece della monarchia francese, impegnata a sperperare soldi in gioielli, feste ed affari personali. E Francois, per il forte volere del padre che desiderava avere un figlio maschio, si trasforma nel personaggio da tutti conosciuto come Oscar. A capo delle armare regali Lady ed Andrè osservano gli intrighi di corte. Maria Antonietta, appellata a Regina deficit, è la bambina viziata che la storia ci ha raccontato, il delfino uno stupido pupazzo ed il duca e la duchessa d’Orleans l’arredo barocco che mancava a Versaille. E le vicende eroiche Lady Oscar si assottigliano per dare spazio alla lotta del popolo fino al culmine della rivoluzione francese dove terminerà il racconto.
“Lady Oscar” è un piccolo spettacolo che si presenta senza troppe pretese, ma appassiona lo spettatore. La colonna sonora è ben strutturata e supportata da interpreti bravissimi e totalmente immersi nel ruolo. La storia, complicata, si crea senza lentezza, nell’arco delle due ore dello spettacolo. Tutti i tasti dolenti di un Paese distrutto vengono toccati e la rappresentazione burattinaia della corte di Francia è un perfetto escamotage per mostrare gli eventi storici e la loro influenza sul popolo. Amore e politica, bellezza e povertà sono gli elementi centrali di un musical, che forse non parla solo della passione tra Francois ed Andrè, ma indaga un importante stato d’animo fatto di tormenti e passione. Una piacevole sorpresa nel cartellone teatrale romano.
Cyber Jeans
La tecnologia diventa sempre più parte di noi. L’I-pod, il cellulare tecnologico, il netbook sono estensione delle nostre braccia, nuovi spazi nel nostro cervello e la moda si adegua. Dalle rudimentali felpe con fori per le cuffiette ora si approda ad uno stadio più tecnologico. Erik De Nijs ha creato il primo pantalone con tastiera integrata. Niente più fili. Nessun disordine sulla scrivania. Quello che ci serve è solo il nostro paio di jeans per usare il computer.
Accessorio totally geek, il pantalone ha delle linee semplici che rispettano uno stile urban interessante. La tastiera è completa di tutte le funzioni, compreso il supporto mouse, e nell’insieme la creazione stupisce per la sua originalità. Primo passo verso l’integrazione del corpo con la macchina, Erik De Nijis si spinge in quell’area particolare, innovativa ed in forte crescita.
E dopo il pantano tastiera tutti stanno aspettando quali altre creazioni potranno nascere dalla sinergia tra moda, design e tecnologia. L’hi-tech siamo noi.
Intervista a Reese Witherspoon
Reese Witherspoon a Roma per presentare il film Mostri contro Alieni, si è prestata alle domande della stampa. Già due anni fa la Witherspoon è stata a Roma per il flop cinematografico Rendition (con Jake Gyllenhaal e Meryl Streep), lasciando però giornalisti scontenti per il suo costante silenzio durante tutto l’incontro. Questa volta Reese Withrspoon appare invece raggiante. Sorride e chiacchiera della propria esperienza come doppiatrice e come mamma di due bambini che amano, come tutti, i supereroi.
Gianormica, in arte Reese Witherspoon. Rispetto al film lei è di qualche centimetro più bassa. Sarebbe stato difficile interpretare una gigante, ma fortunatamente ha usato solo la sua voce. Com’è stata questa esperienza?
Personalmente credo che sia stata una sfida ma in realtà il doppiaggio di Mostri contro Alieni è stato un impegno molto libero. Perché si registra in uno studio e si ha la libertà di recitare e potendosi avvicinare di volta in volta al personaggio. In più si instaura anche un bel rapporto con il regista che conosce già tutti i ruoli e gli attori. Sa esattamente cosa si precede. Doppiando si va al di là dei limiti fisici. L’unico neo è però non lavorare con altri colleghi perché si è costretti a registrare la voce separatamente.
Il suo personaggio è un gigante afflitto dalla scelta di rimanere supereroe o ritornare alla propria vita. Lei ha dovuto mai affrontare delle scelte difficili nella sua vita?
Il personaggio si Susan è un personaggio reale perché noi in quanto donne abbiamo tante scelte da dover affrontare. Susan alla fine decide di essere rimanere una donna speciale con una forza particolare. Questo dimostra quanto importanti siano le scelte. Ed in Susan c’è un’evoluzione che in molte possono condividere. Io ho dovuto affrontare sfide complicate e questo è condivisibile da davvero tante donne.
Esistono molte commedie rosa con personaggi principali femminili, ma in quelli dei supereroi le donne rimangono sempre all’ombra. Come se lo spiega?
Un’idea molto interessante è proprio quella che Susan è un personaggio indipendente senza amici e senza un uomo. Io all’inizio non ero molto interessata all’animazione perché i ruoli offerti non erano forti come quelli che volevo interpretare ma questa eroina mi ha subito attratta. Mio figlio ad esempio adora tanti supereroi perciò questo film è stata un’occasione per poter regalare anche alle ragazzine un’eroina.
A proposito di bambini. Ha già mostrato il film ai suoi due figli?
Si, i miei figli l’hanno visto qualche settimana fa e dicono che è il film più bello che io abbia mai fatto. Ha riscosso successo anche nella loro scuola ed ora è il loro film preferito. Ci siamo divertiti tantissimo a vederlo. E mentre li riportavo a casa ho chiesto a loro quale fosse il messaggio di Mostri contro Alieni. Mia figlia mi ha detto che pensa che il messaggio sia quello di non buttarsi giù e che bisogna sempre vivere al massimo delle potenzialità; ed infatti è proprio il messaggio del film. Poi però l’ho chiesto anche a mio figlio e lui mi ha risposto: “Penso che il messaggio sia che se gli alieni con i tentacoli arrivano sul tuo pianeta bisogna ucciderli”.
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Gran Torino
“Gran Torino” è il film che segna il ritorno al cinema di Clint Eastwood dopo il pluripremiato “Million Dollar Baby”. Passato inosservato agli Oscar, è invece stato apprezzato dalla critica. Forse più per mancanza di film decenti in questo rovinoso anno cinematografico che per la discreta valenza artistica.
Walt Kowalski (Clint Eastwood) è vecchio, solo e razzista. Vive scolando birre, vedendo amici e facendo lavoretti in casa. A lui questo basta per essere felice. Completamente insoddisfatto dei nuovi vicini cinesi, va professando una vecchia America fatta di soli americani e fucili pronti a sparare conto i teppisti. Così, quando durante una notte un bambino cinese cerca di rubargli la sua grandiosa Gran Torino, Walt capisce che è arrivato il momento per portare un personale aiuto per la salvaguardia del quartiere. Stringe amicizia con i “musi gialli”, si scaglia contro una gang asiatica e ricomincia a vivere.
“Gran Torino” è una storia banale, basata sul binomio razzismo/tolleranza, pace/violenza. L’inizio totalmente negativo pone il personaggio principale al centro di una forzata apertura sociale crescente mostrando il percorso di redenzione di un uomo ormai anziano e pronto a lasciare il mondo. Il razzismo iniziale lascia spazio al buonismo di una fine prevedibile (nel suo apparire inusuale).
Ma cosa peggiore è l’impressione di vedere un racconto fatto da un anziano e recitato da un anziano. Clint Eastwood, sulle scene dal ’50, ha il punto di vista di una generazione adulta, e, malgrado gli intenti di “Gran Torino” possano sembrare attuali, la storia in generale sembra appartenente ad un altro periodo. E nonostante Walt imprechi come un qualsiasi ragazzo di strada, rimane un anziano, solo, nella grande periferia americana.
“Gran Torino” è un film noioso, e forse all’Academy non vanno tutti i torti per un’ingiusta squalificazione.
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