Surf Style. Surf Life.
di Daniele Catena
Nel lontano 2005 Vogue Sport Italia consacra il Surf Style come un fenomeno di tendenza sportivo-culturale. Lentamente i brand classici si sono adattati a quello stile shabby, tendenzialmente trashy del surfer americano copiando un stile e mixandolo con lo street style newyorkese. Linee comode, design totally cool ed abbigliamento da spiaggia. Si impone un’etichetta nell’unico luogo in cui questa non ha mai avuto modo di imporsi. Ma siamo certi che le case di moda siano riuscite a capire e ricreare il Surf Style così come noi lo conosciamo?
Il concetto di shabby è creato da quell’insieme di capi che creano un casual trasandato ed estremo. Un mix di colori e taglie quasi random, ma che mantiene alla base un concept preciso e ferreo. Il life style surfista è qualcosa che si collega in modo primordiale al cavalcare le onde e che influenza il modo di vivere fuori dall’acqua. Alessandro Masoni, sul portale italiano “Surfers” scrive che lo stile dei surfisti “non è qualcosa di materiale o di superficiale. Il surf style esiste solo come modo di vivere e di percepire il mondo circostante”.
Questo modo di concepire la vita è qualcosa che va molto più in profondità dell’abito e dell’immagine televisiva che abbiamo del Surf Style. Abituati agli intermezzi musicali delle serie come “The O.C.” e “90210”, crediamo che la moda surf sia dettata dai brand sportivi più in voga. Billabong, Ripcurl, Quicksilver, Rusty ed O’neill creano dei capi dal design perfetto, ma ogni dettaglio non è studiato per il solo gusto estetico, ma per un reale utilizzo in acqua.
Jay DiMartino, surfer americano, sul portale “Surfing.About” scrive che “i vestiti possono solamente coprire i graffi e le ustioni, e gli occhiali nascondere gli occhi rossi, ma niente può mascherare la frizzante brillantezza del sorriso di un surfista dopo una bellissima giornata di onde”. Perciò il segreto del Surf Style si nasconde non nell’abito ma nel modo di vivere l’oceano. Possiamo comprare le ultime collezioni Billabong, calzare Havaianas anche con la neve ma il Surf Style si spinge oltre il tessuto ed i colori. Il Surf Style non lo si può imitare; lo si deve soltanto surfare.
http://www.evolutionsurf.com.au/brands.asp
http://www.flickr.com/photos/wonderlane/
http://www.flickr.com/photos/mikebaird/
http://www.havaianasus.com/
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Edward Hopper. La malinconia di uno spione.
di Daniele Catena
Per la prima volta in Italia, a Milano e Roma si rende omaggio alla carriera di Edward Hopper (1882-1967), ultimo tra i realisti americani. Una collezione di 160 che ripercorrono la carriera di un artista solitario che ha fatto delle città (e delle emozioni) una necessità artistica.
Passeggiando per le sei sezioni della mostra, che ripercorrono tutta la carriera di Hopper, non si può fare altro che essere soli, e soli, osservare. Nella prima stanza c’è la riproduzione a grandezza naturale del più iconico dipinto di Hopper, Nighthawks (Nottambuli, 1942). Noi possiamo entrare nel quadro. Sederci accanto all’emblematica signora col vestito rosso, e rimanere in silenzio ad osservare.
Hopper è la spia artista; la spia malinconica. Le sue tele sono pezzi di città rubati da un treno in corsa. Le architetture, che permeano ogni dipinto di Hopper, non sono altro che immagini che raccontano una storia, che non è mai descritta. Second Story Sunlight (1960) è la bellissima fotografia dipinta del balcone di una casa in campagna. Una vecchia ed una ragazza in costume prendono il sole. E questo è solo quello che Hopper ci fa sapere. Sono le nostre emozioni che creano la storia perchè l’artista dipinge solo “la luce del sole sulla parete di una casa”.
Edward Hopper è un uomo solo; che dipinge solo e senza nessuna influenza esterna. Hopper è un artista che cattura persone silenziose, emozionate; avvolte nella luce. Hopper è il maestro della nostra immaginazione, perchè è l’unico capace di catturare esattamente ciò che l’occhio osserva. Non ci perdiamo nei dettagli inutili di uno stucco rovinato, perchè a noi interessa la malinconia delle ombre del tramonto.
La mostra di Edward Hopper è aperta fino al 13 giugno 2010 a Roma, Fondazione Roma Museo (via del Corso 320).
Per maggiori informazioni www.fondazioneromamuseo.it
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+ o -. Il sesso confuso.
di Daniele Catena
E’ stato presentato il documentario “+ o -. Il sesso confuso” ad opera di Andrea Adriatico e Giulio Maria Corbelli. Senza una data d’uscita effettiva e con una complicata e quasi nulla distribuzione, il documentario indaga sul percorso italiano (ed internazionale) dell’AIDS attraverso i racconti di chi ha vissuto questa esperienza e di chi la combatte da sempre.
Il racconto comincia con gli anni ’70 e con la diffusione dell’eroina nelle grandi città. Le lacrime di Alessandra Cerioli, presidente nazionale Lila, descrivono l’inizio di un incubo e dipingono la faccia di una malattia che negli anni ’80 era sconosciuta. “Il medico aveva detto che avevo questa malattia, ma non sapeva neanche lui cosa fosse”. Questo racconto si intreccia con le storie comuni e con i drammi collettivi. Andrea Pini, fondatore del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, e Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, raccontano le loro esperienza. Si comincia con i sorrisi di una libertà sessuale guadagnata fino al dramma delle morti e della scoperta della malattia.
L’intero documentato è zeppo di tristezza. C’è un guizzo particolare negli occhi di questi combattenti che, felici delle recenti scoperte farmacologiche, continuano a lottare affinché la ricerca non si fermi. In un certo senso, più che informare sulla malattia, “+ o -. Il sesso confuso” serve a distruggere il muro dei pregiudizi che sconfinano anche nelle parole di alcuni ragazzi. Una studentessa di un liceo ginnasio statale “Luigi Galvani” di Bologna parla dell’AIDS come di una malattia ricercata. “Capisco gli eterosessuali, lì può succedere, ma non comprendo gli omosessuali. Loro se la vanno a cercare la malattia” è il senso che esprime la sua affermazione quasi più razzista del virgolettato. Citando anche gli africani ed i pervertiti, la ragazza si congeda dicendo che sarebbe tutto bello se ci fossero meno pregiudizi, ignorando completamente le sue parole razziste.
Questo documentario non è una pietra miliare del filone documentaristico, ma se in qualche modo riesce a colpire i pregiudizi comuni, allora vuol dire che è un lavoro che andrebbe visto.
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Boy George in “Amazing Grace”
di Daniele Catena
L’ultima volta che abbiamo sentito parlare di Boy George è stato quando il cantante è stato sbattuto in carcere. 15 mesi (di cui scontanti solo 4) per aver seviziato e legato ad un termosifone un gigolò. Boy George è conosciuto da tutti, se non per la sua musica, per i travestimenti Club Kids Style estremi e carnevaleschi.
Comincia la sua carriera come voce dei Culture Club, ed in un certo senso questo è l’unico momento di reale successo per Boy. Finito il tempo dei CC, Boy George cambia nome in Angela Dust e pubblica un album, ma immediatamente ricambia pelle per ritornare Boy George ma in veste da Dj. Prima dell’arresto Boy George aveva dato inizio anche al suo tour per i club, che ha toccato anche Roma in una grandiosa serata organizzata dal gruppo Bears in Rome.
Poi la polizia, il carcere, le smentite, una carriera in eterno epilogo e (forse) la rinascita. Esce, infatti, il 22 marzo, il nuovo lavoro di George chiamato “Amazing Grace” che promette ai fan un rinnovato sound ed un ritorno in grande stile di questo camaleonte musicale. E per promuovere l’uscita è in arrivo anche un tour britannico che partirà il 9 aprile dal Leicster Square Theatre di Londra.
Dopo 8 anni dall’ultima pubblicazione, finalmente, i fan potranno riascoltare Boy George e magari riassaporare quel gusto perverso che la falsa icona ci ha fatto assaggiare il secolo scorso.
Pubblicato su www.fourzine.it



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