Gran Torino
“Gran Torino” è il film che segna il ritorno al cinema di Clint Eastwood dopo il pluripremiato “Million Dollar Baby”. Passato inosservato agli Oscar, è invece stato apprezzato dalla critica. Forse più per mancanza di film decenti in questo rovinoso anno cinematografico che per la discreta valenza artistica.
Walt Kowalski (Clint Eastwood) è vecchio, solo e razzista. Vive scolando birre, vedendo amici e facendo lavoretti in casa. A lui questo basta per essere felice. Completamente insoddisfatto dei nuovi vicini cinesi, va professando una vecchia America fatta di soli americani e fucili pronti a sparare conto i teppisti. Così, quando durante una notte un bambino cinese cerca di rubargli la sua grandiosa Gran Torino, Walt capisce che è arrivato il momento per portare un personale aiuto per la salvaguardia del quartiere. Stringe amicizia con i “musi gialli”, si scaglia contro una gang asiatica e ricomincia a vivere.
“Gran Torino” è una storia banale, basata sul binomio razzismo/tolleranza, pace/violenza. L’inizio totalmente negativo pone il personaggio principale al centro di una forzata apertura sociale crescente mostrando il percorso di redenzione di un uomo ormai anziano e pronto a lasciare il mondo. Il razzismo iniziale lascia spazio al buonismo di una fine prevedibile (nel suo apparire inusuale).
Ma cosa peggiore è l’impressione di vedere un racconto fatto da un anziano e recitato da un anziano. Clint Eastwood, sulle scene dal ‘50, ha il punto di vista di una generazione adulta, e, malgrado gli intenti di “Gran Torino” possano sembrare attuali, la storia in generale sembra appartenente ad un altro periodo. E nonostante Walt imprechi come un qualsiasi ragazzo di strada, rimane un anziano, solo, nella grande periferia americana.
“Gran Torino” è un film noioso, e forse all’Academy non vanno tutti i torti per un’ingiusta squalificazione.
via| www.fourzine.it
Revolutionary Road

“Il libro è stato ampiamente considerato come un romanzo contro la provincia americana e questo mi è dispiaciuto… In realtà l’ho concepito più come un atto di accusa contro un diffuso desiderio di conformità che dilaga in questo paese, e certamente non solo nella provincia, contro quella disperata ansia di sicurezza che di intende raggiungere ad ogni costo. Volevo suggerire che la strada rivoluzionaria inaugurata nel 1776, negli anni ‘50 era ormai giunta ad un vicolo cieco”.
Richard Yates, autore del romanzo “Revolutionary Road”
“Revolutionary Road”, divenuto ora un film, lancia sempre lo stesso messaggio, forte ora come negli anni ‘50: il dovere delle persone di poter allontanarsi dalla strada della “normalità” per poter vivere dei propri istinti ed essere felici.

Frank ed April sono una coppia perfetta. Belli, affermati e ricchi. Non posso chiedere nulla di più dalla loro vita, ma raggiunti tutti gli obiettivi qualcosa continua a mancare. La routine, distruttiva e noiosa, pone la coppia dinnanzi ad un bivio. Continuare a vivere nella mediocrità oppure inseguire i sogni di sempre. E gli sposi optano per la strada rivoluzionaria, decidendo di trasferirsi a Parigi per potersi realizzare. Ma questa scelta pone Frank ed April davanti agli occhi impietosi delle persone che fanno parte della loro vita. Additati come pazzi, cercano in tutti i modi di convincersi che la scelta intrapresa sia davvero quella giusta.

Lo spettatore rimane a guardare tutto il tempo il distruggersi della coppia in una caduta nel buio dell’America sicura e paurosa di perdere i propri punti saldi. Leonardo di Caprio (THE DEPARTED), ottimo nel ruolo di Frank conferma che la dinamica della coppia “è potente e realistica. Lo spettatore si sente come una mosca sul muro che assiste, inosservata, al disintegrarsi di una relazione privata. I due protagonisti si amano e si danno forza fin quando la realtà della vita non riemerge, impietosa. E’ un ritratto psicologico a tutto tondo di una coppia”.
Kate Winslet (FINDING NEVERLAND), vincitrice del Golden Globe e nominata all’Oscar per il ruolo di April afferma che è “rimasta conquistata dall’onestà e dall’integrità della storia, e dalla meravigliosa esplorazione della realtà di un matrimonio”. Ed il regista Sam Mendes (AMERICAN BEAUTY) riesce a ridare quel tocco intimista ed attento ai dettagli per mostrare quegli anni lontani che tornano, oggi più forte che mai, ad impadronirsi del nostro attuale e della nostra banale realtà.
Australia. L’evento Ferragamo.
“Australia”, il nuovo film di Buz Luhrmann (“Moulin Rouge!”, “Romeo + Giulietta”), è da poco nelle sale, ma è già parte della storia del cinema mondiale. Presentato come il nuovo “Via col vento”, è kolossal abbastanza da farci credere che possa davvero essere così.

La magia e l’esagerazione di Luhrmann si riaffacciano in questa storia di passione in un complesso gioco di colori e sensazioni. E la storia, di guerra, di terrore, di razzismo e d’amore profondo, diventa quel bellissimo pretesto per mostrare una terra splendida e sconosciuta. Lontana ed intrigante. L’Australia è in ogni immagine di tutto il film e gli spettatori la guardano come se fosse un mondo incantato, creato da una penna ispirata al “Mago di Oz”, che più volte ritorna nel film.

Nicole Kidman (“The Others”) e Hugh Jackmann (“X-Men”) sono gli attori protagonisti della pellicola. Bellissimi, e bravi, costruiscono i personaggi come se fossero veri. Come se il loro racconto non dovesse finire al termine del film, ma potesse continuare nelle nostre menti. Il look è studiato nel minimo particolare per poter sottolineare l’aspetto realistico di “Australia”.

A Roma si è svolto il party esclusivo di presentazione delle scarpe firmate Salvatore Ferragamo create con la collaborazione di Catherin Martin, Costume Designer di “Australia”. “Sarebbe stato assolutamente credibile che un personaggio come Lady Sarah Ashley”, dice Catherin Martin, “avrebbe voluto che le sue scarpe fossero state fatte da Ferragamo in quel periodo. Perciò questa scelta calza in modo assolutamente naturale”. E James Ferragamo, Direttore del reparto di accessori femminili, dice che è “assolutamente orgoglioso ed onorato di aver potuto lavorare con il visionario regista Buz Luhrmann e la designer Chaterin Martin. E’ un dato certo che grazie la loro passione e creatività abbiano realizzato qualcosa di mai visto”.

E nello store di via Condotti gremito di principi, baroni, duchesse e dall’aristocrazia Romana, le scarpe sono state presentate cercando di indirizzare lo sguardo per carpirne l’estremo collegamento tra “Australia” ed il glamour degli anni ‘40. Collocate nel centro della sala, quasi fossero un’opera d’arte, le due creazioni sembravano avere un’aurea magica. Magica quanto quella delle scarpette rosse di Dorothy. Ma magica quanto la stessa aurea che mostra “Australia”, una grande storia fuori dal tempo attuale.
Galantuomini
Galantuomini, uno dei film più attesi del Festival Internazionale del Film di Roma è stato presentato ieri sera. Edoardo Winspeare ha messo su un bel circo mediatico. Sacra Corona Unita, Puglia, anni ‘90, Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, colori e musica. Tutti sarebbero interessati a vedere un film che prevede tutti questi elementi insieme. C’è da aspettarsi un bel prodotto cinematografico d’autore, una bella storia ed un insieme di fattori combinati perfettamente, ma forse è stato fatto un errore di calcolo.
Ignazio (Fabrizio Giufini), magistrato, torna a vivere a Lecce dopo una lunga esperienza professionale a Milano. Tornando nella sua terra incontra nuovamente tutti gli amici d’infanzia. Lucia (Donatella Finocchiaro), una di loro, è la ragazza di cui Ignazio è segretamente innamorato. Lei è il braccio destro del boss Carmine Zà (Giorgio Colangeli), capo dell’organizzazione Sacra Corona Unita. Fabio (Lamberto Probo), altro amico di infanzia di Ignazio, non è più innocente come quando era un bambino, e, implicato in una faccenda di mafia e droga, viene trovato morto dopo l’incontro con il bullo della città Infantino (Beppe Fiorello). Ad Ignazio viene affidato il caso di Fabio, e, sconvolto e disperato, si immerge nell’oscurità di una Puglia corrotta e pericolosa.
Eduardo Winspeare ha un buon intento. Cerca di mostrare quanto brutta era la sua terra e come potrebbe ritornare ad essere terrificante viverci. La crisi, la violenza, il dolore, in modo meno violento dei ‘90, tornano a farsi sentire ed il regista, con questa storia, cerca di mettere tutti in guardia. La struttura del film rimane intera malgrado il linguaggio dialettale (completamente tradotto con i sottotitoli) e le interpretazioni caratterizzano ed aumentano il valore del film. Donatella Finocchiaro, bravissima come poche altre volte, si è calata nel ruolo imitando con perfezione l’accento del sud della Puglia, differentemente da Beppe Fiorello, che dovrebbe immediatamente ritornare a fare tv (il cinema è già pieno di attori mediocri).
Ma la falla del sistema c’è e continua ad esistere inosservata in Galantuomini. Pare che il sud Italia possa essere visto solo attraverso la storia della mafia. La cultura del paese viene completamente annullata dal preconcetto che sotto Roma ci sia Babele. E dopo tantissimi film di spacci, armi ed organizzazioni criminali, viene da pensare se qualcun altro (oltre Rubini) riesca a raccontare una Puglia bella; una regione positiva. Perchè anche se Winspeare ha creato la sua opera con la migliore delle intenzione, questa rimarrà inesorabilmente un film di mafia qualsiasi.
L’uomo che ama
E’ ufficialmente aperta la gara del terzo Festival Internazionale del Film di Roma da ieri sera, quando è stato presentato in anteprima mondiale il film “L’uomo che ama”. Il film è uno sguardo maschile sulle relazioni amorose. Vedendolo ci si chiede: può un uomo soffire e distruggersi dell’amore non ricambiato di una donna? Si, Maria Sole Tognazzi (regista del film) ce lo mostra. Ma a struggersi, altre al bravo Favino, è anche il pubblico, costretto a sopportare novanta minuti di drammi e strazi accompagnati dai violini di Carmen Consoli, unico elemento del cast a risultare piacevole.
Roberto (Pierfrancesco Favino) è innamorato di Sara (Ksenia Rappoport). I due stanno per cominciare una convivenza quando lei decide di tradire Roberto. L’uomo, distrutto dall’amore, con l’anima in frantumi, vive, anzi sopravvive, e proprio nel momento culmine del dolore, tutto ricomincia. Il film si blocca e mostra quello stesso uomo, ma qualche mese prima la rottura. E’ fidanzato con Alba (Monica Bellucci), donna forte ed indipendente. I due cercano di avere un figlio, ma, dopo diversi tentativi, Roberto decide di lasciarla scoprendosi disinnamorato.
Un gioco di ruoli che si invertono in una lentezza che tanto vorrebbe essere poetica, ma rimane semplice lentezza. Maria Sole Tognazzi mostra il suo talento. Lo si intravede, ma è tutto terribilmente acerbo e forzato.
In sala, dopo la proiezione, il battito di mani è sembrato quasi un dovere, e le votazioni ad personam (novità di questa edizione) sono state spietate. “Non voglio neanche votarlo” ha detto un ragazzo all’uscita dalla sala, mentre un altro ancora ha dato un due su cinque “solo per l’accenno alla storia gay che rende lontanamente interessante il film”.
Reservation Road

Ho visto Reservation Road in occasione della seconda Festa del Cinema di Roma. È stato presentato in uno degli ultimi giorni, quando le sale ormai erano mezze vuote e già si pensava a quale potesse essere il vincitore della Festa. Mira Sorvino, con la sua presenza, rianimava il glamour capitolino, puntando l’occhio dei media sul film in concorso. È difficile ripercorrere scena per scena un film visto diversi mesi fa, ma volendo ripensare alle sensazioni lasciate dall’opera, si può certamente dire che Reservation Road è una storia capace di raccontare perfettamente il dolore e la tragedia delle famiglie distrutte dalla perdita di un proprio caro.
Il racconto è tratto dal libro omonimo di John Burnham Schwartz, che firma anche la sceneggiatura. È la storia di due uomini che, sulla Reservation Road, si scontreranno modificando inesorabilmente la vita dell’altro. Ethan (Joaquin Phoenix) lotta per la perdita del figlio. Quando sua moglie piange per scaricarsi del dolore della scomparsa, lui non può far altro che covare la sua vendetta. Non sa chi ha ucciso il bambino, ma l’unica cosa importante, l’unica via di salvezza è scoprirlo e liberarsi dal peso della tragedia. Dall’altro lato c’è invece Dwight (Mark Ruffalo). Proprio a causa sua il figlio di Ethan è morto e lui cerca disperatamente di eliminare ogni prova che possa incolparlo, ma lentamente viene ingoiato dal senso di colpa.
In Reservation Road si può osservare la drammatizzazione del dolore. Il dolore compare nei volti dei protagonisti in tutte le sue sfaccettature possibili. La rivalsa degli individui è solo un’illusione ed una banale ricompensa perché tutti hanno perso qualcosa per sempre. Ethan un figlio e Dwight la speranza di una vita normale. La Reservation Road si rivela essere non una semplice strada, ma il crocevia che rende differenti le nostre vite ed il film parla proprio di questo. Del dolore e di quale strada prendere per accettarlo ed proseguire per la propria strada.
Sotto le bombe

Sotto le bombe è un dramma moderno ed attuale che cerca di indagare sul dolore delle guerre e sugli abissi delle sofferenze umane. L’intero film è un road movie molto particolare e sottile. Il viaggio avviene, oltre che geograficamente, anche nelle menti e nei sentimenti dei protagonisti, che cercano di esorcizzare i dolori delle morti volute dalle bombe e non certo dai cittadini innocenti che vivono tranquillamente nei villaggi libanesi.
Zeina, interpretata da un’ottima Nada Abou Farhat, cerca disperatamente suo figlio Karim e sua sorella Mha in tutto il sud del Libano. È completamente sola. La separazione dal marito l’ha lasciata del tutto abbandonata al suo destino e solamente il giovane tassista Tony (Georges Khabbaz) può aiutare la donna, portandola da una città all’altra per rincorrere l’illusione che attanaglia Zeina. Ogni nuovo villaggio visitato mostra una distruzione assoluta. Donne e uomini piangono i lori cari e le loro case ormai distrutte. “Le case possiamo ricostruirle, ma chi ci ridarà la nostra famiglia uccisa ingiustamente dalla guerra” urla una donna a Zaina. Lei interroga i superstiti tanto per avere notizie del figlio, ma anche per capire cosa è successo realmente. Lo spettatore, insieme a lei, ascolta le voci dei Libanesi ed osserva il dolore provocato da un’ennesima ed inutile guerra. Le uniche notizie ufficiale riguardo ciò che accade vengono trasmesse per mezzo di radio e televisione, unici mezzi d’informazione.
Il regista Philippe Aractingi, noto per i suoi lavori documentaristici, cerca di creare il suo dramma unendo la fiction ad i fatti reali. La macchina da presa si aggira silenziosamente nel Libano osservando e creando il racconto attraverso il materiale reale ripreso in loco. Le riprese sono cominciate solo 10 giorni dopo l’inizio della guerra e tutta la truppe ha dovuto lavorare in uno stato di assoluta precarietà. Le comparse non sono altro che i rifugiati, i giornalisti, i militari ed i militanti che riempivano le strade della nazione. Questa chiave di racconto rende la fiction terribilmente vera e riesce a fare di “Sotto le bombe” un’opera capace di mostrare gli strazi e l’inutilità di una guerra che ha distrutto un intero Paese.
Sotto le bombe
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FONTE: CelluloidPortraits
Sotto le bombe è un dramma moderno ed attuale che cerca di indagare sul dolore delle guerre e sugli abissi delle sofferenze umane. L’intero film è un road movie molto particolare e sottile. Il viaggio avviene, oltre che geograficamente, anche nelle menti e nei sentimenti dei protagonisti, che cercano di esorcizzare i dolori delle morti volute dalle bombe e non certo dai cittadini innocenti che vivono tranquillamente nei villaggi libanesi. |
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ormai distrutte. “Le case possiamo ricostruirle, ma chi ci ridarà la nostra famiglia uccisa ingiustamente dalla guerra” urla una donna a Zaina. Lei interroga i superstiti tanto per avere notizie del figlio, ma anche per capire cosa è successo realmente. Lo spettatore, insieme a lei, ascolta le voci dei Libanesi ed osserva il dolore provocato da un’ennesima ed inutile guerra. Le uniche notizie ufficiali riguardo ciò che accade vengono trasmesse per mezzo di radio e televisione, unici mezzi d’informazione.
sono altro che i rifugiati, i giornalisti, i militari ed i militanti che riempivano le strade della nazione. Questa chiave di racconto rende la fiction terribilmente vera e riesce a fare di Sotto le bombe un’opera capace di mostrare gli strazi e l’inutilità di una guerra che ha distrutto un intero Paese.
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