Revolutionary Road

“Il libro è stato ampiamente considerato come un romanzo contro la provincia americana e questo mi è dispiaciuto… In realtà l’ho concepito più come un atto di accusa contro un diffuso desiderio di conformità che dilaga in questo paese, e certamente non solo nella provincia, contro quella disperata ansia di sicurezza che di intende raggiungere ad ogni costo. Volevo suggerire che la strada rivoluzionaria inaugurata nel 1776, negli anni ‘50 era ormai giunta ad un vicolo cieco”.
Richard Yates, autore del romanzo “Revolutionary Road”
“Revolutionary Road”, divenuto ora un film, lancia sempre lo stesso messaggio, forte ora come negli anni ‘50: il dovere delle persone di poter allontanarsi dalla strada della “normalità” per poter vivere dei propri istinti ed essere felici.

Frank ed April sono una coppia perfetta. Belli, affermati e ricchi. Non posso chiedere nulla di più dalla loro vita, ma raggiunti tutti gli obiettivi qualcosa continua a mancare. La routine, distruttiva e noiosa, pone la coppia dinnanzi ad un bivio. Continuare a vivere nella mediocrità oppure inseguire i sogni di sempre. E gli sposi optano per la strada rivoluzionaria, decidendo di trasferirsi a Parigi per potersi realizzare. Ma questa scelta pone Frank ed April davanti agli occhi impietosi delle persone che fanno parte della loro vita. Additati come pazzi, cercano in tutti i modi di convincersi che la scelta intrapresa sia davvero quella giusta.

Lo spettatore rimane a guardare tutto il tempo il distruggersi della coppia in una caduta nel buio dell’America sicura e paurosa di perdere i propri punti saldi. Leonardo di Caprio (THE DEPARTED), ottimo nel ruolo di Frank conferma che la dinamica della coppia “è potente e realistica. Lo spettatore si sente come una mosca sul muro che assiste, inosservata, al disintegrarsi di una relazione privata. I due protagonisti si amano e si danno forza fin quando la realtà della vita non riemerge, impietosa. E’ un ritratto psicologico a tutto tondo di una coppia”.
Kate Winslet (FINDING NEVERLAND), vincitrice del Golden Globe e nominata all’Oscar per il ruolo di April afferma che è “rimasta conquistata dall’onestà e dall’integrità della storia, e dalla meravigliosa esplorazione della realtà di un matrimonio”. Ed il regista Sam Mendes (AMERICAN BEAUTY) riesce a ridare quel tocco intimista ed attento ai dettagli per mostrare quegli anni lontani che tornano, oggi più forte che mai, ad impadronirsi del nostro attuale e della nostra banale realtà.
Australia. L’evento Ferragamo.
“Australia”, il nuovo film di Buz Luhrmann (“Moulin Rouge!”, “Romeo + Giulietta”), è da poco nelle sale, ma è già parte della storia del cinema mondiale. Presentato come il nuovo “Via col vento”, è kolossal abbastanza da farci credere che possa davvero essere così.

La magia e l’esagerazione di Luhrmann si riaffacciano in questa storia di passione in un complesso gioco di colori e sensazioni. E la storia, di guerra, di terrore, di razzismo e d’amore profondo, diventa quel bellissimo pretesto per mostrare una terra splendida e sconosciuta. Lontana ed intrigante. L’Australia è in ogni immagine di tutto il film e gli spettatori la guardano come se fosse un mondo incantato, creato da una penna ispirata al “Mago di Oz”, che più volte ritorna nel film.

Nicole Kidman (“The Others”) e Hugh Jackmann (“X-Men”) sono gli attori protagonisti della pellicola. Bellissimi, e bravi, costruiscono i personaggi come se fossero veri. Come se il loro racconto non dovesse finire al termine del film, ma potesse continuare nelle nostre menti. Il look è studiato nel minimo particolare per poter sottolineare l’aspetto realistico di “Australia”.

A Roma si è svolto il party esclusivo di presentazione delle scarpe firmate Salvatore Ferragamo create con la collaborazione di Catherin Martin, Costume Designer di “Australia”. “Sarebbe stato assolutamente credibile che un personaggio come Lady Sarah Ashley”, dice Catherin Martin, “avrebbe voluto che le sue scarpe fossero state fatte da Ferragamo in quel periodo. Perciò questa scelta calza in modo assolutamente naturale”. E James Ferragamo, Direttore del reparto di accessori femminili, dice che è “assolutamente orgoglioso ed onorato di aver potuto lavorare con il visionario regista Buz Luhrmann e la designer Chaterin Martin. E’ un dato certo che grazie la loro passione e creatività abbiano realizzato qualcosa di mai visto”.

E nello store di via Condotti gremito di principi, baroni, duchesse e dall’aristocrazia Romana, le scarpe sono state presentate cercando di indirizzare lo sguardo per carpirne l’estremo collegamento tra “Australia” ed il glamour degli anni ‘40. Collocate nel centro della sala, quasi fossero un’opera d’arte, le due creazioni sembravano avere un’aurea magica. Magica quanto quella delle scarpette rosse di Dorothy. Ma magica quanto la stessa aurea che mostra “Australia”, una grande storia fuori dal tempo attuale.
Pride and Glory
Ieri sera grande notte Romana con Colin Farrell al Festival del cinema con il film americano Pride and Glory. Regia di Gavin O’Connor, riporta al cinema la corruzione della polizia newyorkese. Il cinema americano, come il nostro con i film di mafia, cerca sempre di mostrare i racconti di persone corrotte, e successivamente punite. Sfida senza regole e The departed sono solo due lampanti esempi di questo trend, ma Pride and Glory è il primo che ha il coraggio di parlare della corruzione a New York. “Dopo l’11 settembre tutto è cambiato. A New York ho perso tantissimi amici. Ed ora la città è diversa. Quando cresci a New York sai dell’esistenza di qualcosa che si chiama Blue Wall of Silence che riguarda i poliziotti e quella è un’istituzione che non può cambiare” afferma il regista. E su questa istituzione, codice d’onore inviolabile, O’Connor basa il suo film.
Quattro agenti della polizia di New York sono rimasti uccisi in un agguato. Il tragico evento scuote l’intero dipartimenti di Polizia, mettendo tutti in allerta. Con un assassino a piede libero e così tanto in gioco, il capo dei detective di Manhattan, Francis Tierney, chiede a suo figlio Ray di condurre le indagini. Ray accetta il caso anche se con riluttanza, consapevole del fatto che i poliziotti uccisi prestavano servizio sotto il comando di suo fratello, Francis, ed al fianco di suo cognato Jimmy Egan. Apparentemente sembrerebbe trattarsi del solito sequestro di droga finito male ma Ray comincia a rendersi conto che qualcuno deve aver informato gli spacciatori dell’imminente arrivo della polizia. Probabilmente si tratta di qualcuno all’interno. Le prove sembrerebbero condurre verso persone di cui non dubiterebbe mai: suo fratello e suo cognato. Col trascorrere del tempo, il caso mette sempre più a dura prova i membri della famiglia, obbligandoli a scegliere tra la lealtà che li lega e la fedeltà verso il dipartimento di Polizia.
Lo sguardo del regista cerca di pedinare tutti i personaggi catturandone gli aspetti più intimi. Questi uomini si mostrano fragili nella loro solitudine ed hanno paura di tradire la propria famiglia ed il codice d’onore. Ma lo fanno ugualmente, la smania di soldi e la vendetta portano alla rottura del patto più grande. La distruzione del legame fraterno. La storia, che non è neanche troppo originale, colpisce grazie ad elementi capaci di rapire il pubblico. Un grande dramma e l’appartenenza viscerale ad un territorio amato. Pride and Glory, mostra più ombre che luci, ma non per questo non è un film positivo. Il finale non è raggiante ma lascia un frammento di sconforto. Di sicuro ha convinto il pubblico.
The Duchess
Ancora un film in costume per la bellissima Keira Knightley che questa volta veste i panni della Duchessa Georgiana del Devonshire. Le passioni, i tradimenti, e l’odio nascosto corrono nelle camere dei palazzi reali del’700 in un affresco dipinto egregiamente da Saul Dibb.
La giovane Georgiana (Keira Knightley) viene data in sposa al ricco Duca di Devonshire (Ralph Phinnes). Lei, bella come il sole, e colta come poche donne del suo periodo, è contenta di essere stata scelta, malgrado debba dire addio a Charles Gray (Dominic Cooper), ragazzo con cui segretamente amoreggiava. Trasferitasi nel palazzo del marito, scopre che il suo legame non è nulla di sentimentale. E’ stata scelta per mettere al mondo un figlio maschio. E mentre, negli anni, lei mette al mondo due bambine, suo marito la tradisce di continuo. La Duchessa nel frattempo diventa la donna più affascinante ed influente della sua epoca, ma dietro il suo sorriso, nasconde un terribile dispiacere. L’apice del dolore, Georgiana, lo raggiunge quando il Duca la tradisce con un’amica di lei che viveva sotto il loro stesso tetto. La Duchessa rimane, così, incastrata, in questo triangolo d’odio da cui solo il cresciuto Gray potrà tirarla fuori.
Un film femminista come molti, mostra l’uomo come un bastardo capace solo di sofferenze. La grande metafora del dolore della Duchessa di risolve in una ritrovata felicità grazie ad tradimento che la riporta in vita. Come se gli errori si possano scacciare solo con altri errori. La violenza degli uomini, e la devozione delle donne, viene sbattuta su uno schermo sfarzoso, immagine di una Londra mondana e benestante. Le persone, che altro non fanno se non spendere e giocare, vivono di gossip, e le mura dei palazzi, per quanto doppie, non riescono a contenere tutti gli scandali di una famiglia.
E Georgiana, legata al marito dai ricatti, capisce che per stare bene deve fare parte del gioco accettando i peggiori soprusi per la afferrare e stingere la classica e banale parola amore.
Un gioco da ragazze
Ieri sera ha debuttato con una proiezione stampa l’atteso film Un gioco da ragazze di Matteo Rovere. Prima della proiezione il produttore ha dato un annuncio importante. La commissione per la censura ha previsto un divieto che non permetterà di vedere il film agli under 18. Se si pensa che la storia parla ed è fatta per i liceali, la situazione appre buffa, ma mai come il film, deriso e beffeggiato dai giornalisti. La storia è semplice.

Elena, Michela ed Alice hanno diciassette anni. Sono ricche, belle e stronze. L’unica loro preoccupazione è essere favolose, alla moda, girare per locali e mangiare il minimo necessario per camminare. Le tre, stanche della loro condizione “superiore”, allietano le giornate creando giochi crudeli e distruggendo i loro “sudditi”. Uno di loro è Mario Landi (Filippo Nigro), professore della scuola in cui le tre studiano.

Tutto troppo semplice e banale, Un gioco da ragazze è una brutta copia delle moderne serie televisive americane. Gossip Girl, 90210, OC, sono probabilmente le copie originali (ed a colori) di questa scialba messa in scena, che però, finalmente, porta sullo schermo una particolare situazione in modo interessante ed accattivante. La malvagità fatta fashion e soldi attrae da sempre, ed è arrivato il momento dell’Italia di mangiare una fetta di quel mercato internazionale che prevede gli stessi elementi della metà dei nuovi serial.

Le ragazze del film hanno incontrato la stampa. Sono apparse turbate dalla censura e spiegano che il film non vuole ledere nessuno e nemmeno mostrare uno stile di vita interessante. “La ragazza che interpreto”, dice Chiara Chiti che interpreta Elena, “è cattiva, ma tutti possono vedere quanto sia triste e depressa. La sua vita è deprimente e nessuno vorrebbe imitarla”. Dello stesso parere sono anche le altre che sperano in un ritiro del divieto.
La Rai Cinema, che con questo film avrebbe per la prima volta nella storia della sua industria un film censurato, spera che questo problema si possa risolvere facendo ricorso. A noi, che ormai siamo in questo turbinio di gossip non resta che aspettare il 9 novembre, giorno in cui il film uscirà dalle sale.
Giorgio/Giorgia (Storia di una voce)
Giorgio/Giorgia (Storia di una voce) è il cortometraggio di Gianfranco Mingozzi su di un personaggio istrionico del cabaret anni ‘50 e ‘60. Giorgio nasce ragazzo, ma sin da piccolo se sente donna. Non compreso dal padre ed additato dalla sua amata Palermo, decide di partire in cerca di fortuna (ed identità) quando scopre di avere una dote particolare. La sua voce raggiunge le ottave di un soprano ed anche quelle di un baritono. Giorgio utilizza il timbro maschile e quello femminile con semplicità assoluta creando sempre nuovi ed esilaranti esibizioni. Dopo aver avuto un pò di successo in Germania, Giorgio prende la decisione di operarsi per diventare donna. Va così a Casablanca ed al suo ritorno è ormai una persona diversa. Giorgia O’Brien. I suoi spettacoli riempiono i teatri e convincono tutti. La trasgressione, la bellezza femminile e la bravura, rendono Giorgia un’attrice ricercata dai teatri di tutta italia (Zeffirelli e Bertolucci la sceglieranno per alcuni spettacoli).
Il documentario è creato grazie alle interviste fatte a Giorgia prima della sua morte (nel 2004) e quelle dei colleghi che amici che l’hanno vista nascere come diva (e come persona. Il lavoro è interessante e riesce, divertendo il pubblico, a colpire. Non scade mai nel banale e nel pietoso, ma, ripercorre con semplicità la vita di una donna che ha deciso di essere esattamente quello che avrebbe voluto.
Le foto, i pizzi, i ricordi, riempiono la casa di Giorgia che con questo documentario tornerà nei ricordi di chi l’ha conosciuta e mostrerà l’arte che pò nascere da una persona, che per l’ignoranza e l’intolleranza, sarebbe potuta morire senza mai potersi esprimere.
Un amore di testimone
Con l’arrivo dell’estate i cinema si riempiono di commedie romantiche. Il matrimonio perfetto è il concept di ognuno di questi film. Mostrare in maniera sempre diversa come una coppia riesca ad ottenere il matrimonio perfetto è compito del regista e degli sceneggiatori. Ma, più importante ancora è cercare di attirare più gente possibile al cinema facendo leva sulle nuove star di Hollywood. Così come è successo con 27 volte in bianco, recitato da una frizzante Kathrine Heigl, anche Un amore di testimone cerca il successo ingaggiando come protagonista l’uomo del momento. Parick Dempsey. Il film gira tutto intorno al personaggio di Tom, interpretato da Dempsey, che si ritrova a fare i conti con i sentimenti non corrisposti nei confronti della sua migliore amica, prossima alle nozze.
La storia, ovviamente banale e facilmente intuibile, cerca di rifarsi alle vecchie commedie romantiche americane, ma con un approccio più naturale e conforme alla realtà. Un amore di testimone riesce quindi a differenziarsi dalle ultime commedie grazie ad un’intelligente ribaltamento di ruoli. L’uomo diventa colui che insegue l’ideale del matrimonio perfetto ed affronta le più difficili prove pur di raggiungere il suo obiettivo. Per questo motivo si ritrova ad essere il perfetto “damigello” di Hannah (Michelle Monaghan) e per lei, ed ovviamente per i sentimenti che prova nei suoi confronti, decide di non rivelare il suo amore per regalarle il più bel matrimonio.
Le vicende sono ambientate in Scozia, e le location cercano di dare un aspetto più “esotico” al racconto. I momenti d’azione sono, come da prassi, ricondotti al loro estremo. Corse su cavalli neri senza briglie ed addii al nubilato sfarzosissimi riescono a divertire ed appassionare. Versione modernizzata de Il matrimonio del mio migliore amico, Un amore di testimone cerca di riportare a livelli alti la qualità della commedia romantica americana, ma purtroppo riesce soltanto a divertire grazie alle numerose gag perdendo il suo posto nell’olimpo dei classici da matrimonio.
Reservation Road

Ho visto Reservation Road in occasione della seconda Festa del Cinema di Roma. È stato presentato in uno degli ultimi giorni, quando le sale ormai erano mezze vuote e già si pensava a quale potesse essere il vincitore della Festa. Mira Sorvino, con la sua presenza, rianimava il glamour capitolino, puntando l’occhio dei media sul film in concorso. È difficile ripercorrere scena per scena un film visto diversi mesi fa, ma volendo ripensare alle sensazioni lasciate dall’opera, si può certamente dire che Reservation Road è una storia capace di raccontare perfettamente il dolore e la tragedia delle famiglie distrutte dalla perdita di un proprio caro.
Il racconto è tratto dal libro omonimo di John Burnham Schwartz, che firma anche la sceneggiatura. È la storia di due uomini che, sulla Reservation Road, si scontreranno modificando inesorabilmente la vita dell’altro. Ethan (Joaquin Phoenix) lotta per la perdita del figlio. Quando sua moglie piange per scaricarsi del dolore della scomparsa, lui non può far altro che covare la sua vendetta. Non sa chi ha ucciso il bambino, ma l’unica cosa importante, l’unica via di salvezza è scoprirlo e liberarsi dal peso della tragedia. Dall’altro lato c’è invece Dwight (Mark Ruffalo). Proprio a causa sua il figlio di Ethan è morto e lui cerca disperatamente di eliminare ogni prova che possa incolparlo, ma lentamente viene ingoiato dal senso di colpa.
In Reservation Road si può osservare la drammatizzazione del dolore. Il dolore compare nei volti dei protagonisti in tutte le sue sfaccettature possibili. La rivalsa degli individui è solo un’illusione ed una banale ricompensa perché tutti hanno perso qualcosa per sempre. Ethan un figlio e Dwight la speranza di una vita normale. La Reservation Road si rivela essere non una semplice strada, ma il crocevia che rende differenti le nostre vite ed il film parla proprio di questo. Del dolore e di quale strada prendere per accettarlo ed proseguire per la propria strada.
Cover Boy
Cover Boy è un piccolo film d’autore italiano diretto dal giovane Carmine Amoroso e Fuori Le Mura ha potuto vedere in esclusiva il film prima della sua uscita in sala. Cover Boy è il racconto di tanti frammenti di vita che si scontrano nella cornice di una Roma degradata e distante; il viaggio dei ragazzi che popolano la nostra nazione alla ricerca di un posto che possa accoglierli. Ioan (Eduard Gabia) è un rumeno che come tanti altri si trasferisce in Italia per fare fortuna. Una fortuna diversa da quella che possiamo immaginare. Il suo sogno è solo quello di trovare una piccola stabilità economica per poter fare ritorno al suo paese e ricominciare da zero. Michele (Luca Lionello) è invece un ragazzo romano. Vive in un appartamento gestito ad un attrice fallita (Luciana Littizzetto), pronta a speculare su qualsiasi servizio. Michele incontra Ioan per caso finendo per innamorarsene. Ma il loro rapporto velato non è che lo sfondo su cui ci svolge l’intera vicenda. I ragazzi vivono ai margini della società, esplorando la città come se fossero dei turisti. Roma non appartiene ai ragazzi ed i palazzi, i lavori, la normalità, rigettano i protagonisti allontanandoli e mostrando la loro precarietà. “Io penso che il cinema debba avere anche una funzione sociale. – afferma il regista – La storia di Ioan e Michele vuole essere un ritratto degli esclusi dalla società dei consumi, in una Europa dove si moltiplicano i profitti e si alza sempre di più la soglia della povertà. Due persone che vivono con il sogno di una vita normale. Per Michele, precario, conquistare un lavoro è una guerra, il lavoro è la sola chiave che può farlo entrare nella fortezza dei “normali”. Perchè non lavorare, significa essere esclusi e non poter amare. Così come è escluso Ioan, il ragazzo straniero, rumeno, che fa parte di quella schiera di erranti che si domandano: dove potrò dire sono a casa”.
Cover Boy è uno di quei tanti lavori che fanno fatica a trovare una degna disrtibuzione. Diffuso con sole otto copie, l’opera è stata presentata, a partire dal 2006 in bel 36 festival ed è stato apprezzato dalle maggiori riviste italiane ed internazionali. Finalmente il 21 marzo uscirà nelle sale italiane e la visione è vivamente consigliata per capire come, anche un italiano oltre che gli extra-comunitari, possano sentirsi stranieri in patria.
Party COVER BOY @ Muccassassina
Fonte: FuoriLeMura.it
Si è svolta venerdì sera, nello storico locale gay romano Muccassassina, la festa ufficiale del lancio del film Cover Boy. Noi di FLM eravamo tra gli invitati ed abbiamo potuto assistere al lancio di una piccola opera che a spintoni è riuscita ad approdare nelle sale italiane e che, ancora più difficilmente, sta scalando le classifiche.
L’interno del locale è stato tappezzato dei manifesti del film. Un ragazzo dal fisico asciutto porta le mani al cielo. E’ completamente nudo e senza colori. Vaga per le strade di una lontana città di un colore blu soffocante. Wear the revolution è lo slogan che comparirà sulla medesima immagine nel film. Non è altro che un banale ed offensivo cartellone pubblicitario. In questo modo si presenta il film. Un’immagine forte che cerca di attirare l’attenzione dei passanti.
Allo stesso modo, durante la serata, si cerca di attirare nella maniera più colorata possibile i nuovi spettatori. Le drag, vestite da dee greche, al motto “Siamo Dei, ma siamo anche gay”, presentano il regista Carmine Amoroso al pubblico del Mucca. Amoroso, visibilmente emozionato non può fare a meno di ricordare quando, solo un anno prima, era un anonimo tra gli altri frequentatori del locale. Ora invece diventa un esponente attivo nella campagna dei diritti gay.
In realtà Cover Boy quasi non tocca le tematiche gay, se non per il velato rapporto tra i due protagonisti Ioan e Michele. Il loro rapporto vedrà il culmine dell’erotismo nella scena del bagno ad Ostia, ma la narrazione si occupa più che altro di mostrare la precarietà di chi in Italia non trova lavoro e dei ragazzi che pensano di trovare da noi la stabilità economica. Carmine Amoroso si carica in spalla le responsabilità di una storia complicata da mostrare ma appare comunque rilassato e felice delle sue scelte.
Cover Boy è una piccola opera che merita di essere vista. In tutta Italia il film è partito con sole 5 copie ed ha raggiunto nell’ultimo week-end di marzo la vetta delle classifiche per incasso medio. Ora il numero di copie salirà a 14 e, per quanto ancora pochissime, avrà modo di essere visto maggiormente. Questo è il segno che i prodotti giudicati “rischiosi” forse non lo sono così tanto e se non fosse stato per il coraggio dei produttori non avremmo mai potuto apprezzare la schiettezza e le verità di Cover Boy.







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