Amleto
Al teatro Eliseo va in scena uno strano AMLETO. Un Amleto totalmente Shakespeariano, ma distante di molto dall’ambiente vittoriano che l’ha visto impazzire per la prima volta. Commistioni tra diverse culture confluiscono nello spettacolo, a teatro dopo una nuova ricerca che lo rimostra nella sua grandiosa interezza.
Alla corte di Danimarca, il Re, padre di Amleto, muore tragicamente, ed il suo trono passa al fratello, che solo dopo un mese dalla morte del regnante ne sposa sua moglie, la vedova. Amleto non accetta questa situazione e lentamente cade nello sconforto, abbandonando la felicità della vita e l’amore sconfinato per la dolce Ofelia. Ma durante una fredda notte il Re defunto torna sotto le sembianze di un fantasma per dire ad Amleto che in realtà è morto per pugno del fratello, nuovo Re di Danimarca, che già da tempo si intratteneva con sua moglie. La pazzia si impadronisce del protagonista che comincia a meditare la vendetta, addentrandosi in un tunnel di morte completamente incontrollato.
Shakespeare ed il suo stile crudo e forte, viene totalmente ridimensionato in una nuova collocazione culturale. Il teatro vittoriano lascia spazio all’arte giapponese del teatro del No, che stranamente appare perfetta sul testo. Lo stile giapponese invade gli abiti per primi. Kimono e strutturalismo nippone caratterizzano i personaggi che si muovono su un palcoscenico quadrato e mobile. Una piattaforma che ricorda quella dei teatri tradizionali giapponesi, ma con la possibilità di essere mossa ed innalzarsi o riabbassarsi per modificare e ridisegnare lo spazio. Gli elementi scenografici dipingono sempre nuove immagini impressionanti e bellissime. Tagli colorati ed elementi geometrici creano tutto un mondo perfetto; un mondo che respira l’arte a noi lontana. Ma il teatro del No lo si vede anche nello scorrere del tempo (oltre che nella strutturazione dei personaggi). Le azioni si dilatano nella lunghezza di quattro ore di spettacolo, ed esattamente come l’originale, concede la possibilità allo spettatore di ascoltare ed avere il tempo di pensare, cosa rara nelle opere contemporanee.
E mentre la follia di Amleto comincia ad infettare i personaggi già malati, a noi è chiesto di pensare fin dove la cattiveria umana può arrivare e fin dove ci si può spingere per raggiungere la propria vendetta. Uno spettacolo, questo AMLETO, che ci mostra una cultura distante, che però si plasma perfettamente sulla nostra arte dimostrandoci sostanzialmente due cose. La prima è che l’altro non è mai troppo diverso da noi e va esplorato, come Shakespeare esplora la pazzia. La seconda è più semplice. È la certezza che un buon teatro esiste ed AMLETO ne è la prova.
“Amleto” di William Shakespeare al Teatro Eliseo. Il cast: Franco Barbero, Sergio Basile, Giancarlo Condè, Eva Drammis, Paolo Musio, Simone Toni. La regia è di Pietro Carriglio. In scena sino al 5 aprile 2009
Via| FuoriLeMura
Robin Hood – Il musical
ROBIN HOOD – Il musical – è andato in scena al Teatro Brancaccio. Produzione completamente italiana, vede come protagonista l’ormai star indiscussa del nostro musical, Manuel Frattini. Accanto a lui, nel romantico ruolo di Lady Marianna c’è Valeria Monetti, perfetta in qualunque ruolo da lei interpretato. Di Beppe Dati per la regia di Christian Ginepro.
La storia, che tutti conoscono per merito della Disney, ripercorre i passi di Robin Hood che sfida il nuovo Re della contea di Sherwood. In una corsa rocambolesca tra il castello e l’immenso bosco, Robin Hood diventa il furfante “che ruba ai ricchi per dare ai poveri”, ma con l’immagine fissa di Lady Marianna nel suo cuore. Lei, promessa in sposa al braccio destro del Re, non vuole assolutamente sacrificare la sua vita con un uomo che odia, e per questo fugge per dar man forte a Robin Hood, pronto, con il popolo, a sfidare l’intera corte.
Il primo atto scorre lentamente per la necessità di mostrare su tutti i livelli le storie che si incrociano. È come una grande introduzione che ci fa conoscere il grande amore tra Robin e Lady Marianna. Il secondo atto, movimentato e pieno di suspense, è quello che invece risolve tutti gli intrecci. Una grande gara di tiro con l’arco rende il pubblico partecipe di ciò che accade strappando applausi e sorrisi.
Dimenticato Bennato di PETER PAN e accantonato il Cocciante di ROMEO E GIULIETTA, le musiche di ROBIN HOOD, non sono nulla di memorabile ma sono giuste per la messa in scena. Cornamuse, canti medievali e moderne ballate si fondono tutte insieme per una colonna sonora importante, in cui le parole vincono sulla melodia. Emozionanti sono i duetti tra Robin e Lady Marianna e sicuramente coinvolgenti sono i pezzi musicati della festa al bosco che apre il secondo atto.
Le scene si rifanno alla vecchia Broadway, con l’aggiunta di un tocco di modernità. I fondali mobili sono tutti stampati e montati su pannelli che creano ora il castello, ora il bosco, ora una chiesa di qualche paese. E l’impianto luci è ben studiato per rendere il più reale possibile il bosco. Raggi di sole sembrano filtrare dai rami delle grosse sequoie e la nebbiolina avvolge tutto il palcoscenico.
Le interpretazioni dei personaggi sono tutte interessanti. Manuel Frattini è perfetto per Robin Hood, così come lo era per Peter Pan e Valeria Monetti recita Lady Marianna con una voce potente ed una semplice, ma perfetta, interpretazione. Ma la rivelazione è la Tata, interpretata da Mimma Lovoi, che concede un tocco di Napoli al suo personaggio, simpatico quanto la Tata/Papera della Disney.
ROBIN HOOD è davvero piacevole e divertente, e dimostra che anche l’Italia è in grado di creare un bel musical, ispirato a quelli di West End, ma con un forte temperamento italiano. Resta solo da capire il motivo per cui l’orchestra in scena sia ancora un taboo innominabile per le produzioni italiane.
Via| 4Four
Alan Turing e la mela avvelenata
In scena al Teatro Belli fino al 5 aprile il monologo drammatico “Alan Turing e la mela avvelenata” per la regia di Massimo Vincenzi e con Gianni De Feo.
Un lungo dialogo immaginario fatto di lettere tra il matematico Alan Turing e sua madre scandiscono un ritmo lento che delinea il profilo di un personaggio a cui tutti noi dobbiamo essere grati. Agli antipodi del computer, Alan Turing ha creato l’idea della macchina pensante per mezzo dei numeri, e l’ha fatto amando quella materia. Amando la matematica tanto quanto amava gli uomini. E le sue parole straziate dalla pena di non essere accettato, si fondono con le parole di pazzia. Quella pazzia che faceva parte della vita di Alan, che lo spingeva a credere in Babbo Natale e follemente amare Biancaneve. E proprio grazie a Biancaneve, Turing arriverà ad ammazzarsi con una mela avvelenata a conclusione di una strana storia. Questa trama è confusionaria e piena di connessioni poco logiche, ma lo spettacolo si presenta nello stesso modo illogico da non permettere una lineare descrizione del racconto.
Sul palcoscenico c’è un solo uomo, Gianni De Feo, illuminato da luci che celano ora il volto ed ora il corpo. Quasi una figura scomposta su uno stage completamente vuoto. Le parole sono l’unica cosa che importa, ed ogni singola battuta rivela la sua importanza solo se accostata alle altre, fino alla creazione di un unico testo che svela il personaggio. Ma, malgrado la narrazione sia perfetta, e malgrado l’idea alla base di “Alan Turing e la mela avvelenata” sia originale e nuova, lo spettacolo non appare riuscito.
Una recitazione sottolineata da una tencica perfetta ed un apparato scenografico spoglio rendono lo spettacolo “pesante” da vivere. La pazzia di un genio diventa semplice dimostrazione di malattia in una piece vuota di tensione ed aspettativa. Quando sullo sfondo viene proiettata una scena da Biancaneve ci si ritrova completamente deconcenrtarti dalle immagini del cartoon, prova dello scarso coinvolgimento (e poco carisma) capace di dare Gianni De Feo. E forse questa è una grande occasione sprecata perchè la via di Alan Turing è stata molto più di semplice pazzia ed amore verso gli uomini. Alan Turin è prima di ogni altra cosa colui che ha amato la matematica, e colui che grazie ad essa ha aperto la strada al mondo contemporaneo, e forse questo aspetto meritava più attenzione di Babbo Natale e dell’amore folle per Biancaneve.
Via|fuorilemura
Lady Oscar – Francois Versailles Rock Drama
“Lady Oscar – Francois Versailles Rock Drama” è in scena al teatro Vascello fino al 5 aprile. Riportata sulle scene dopo due anni dal primo debutto italiano, il musical ripropone quella storia di passioni, intrighi e povertà che ha fatto appassionare tutti i bambini degli anni ‘90, follemente innamorati dell’eroina assoluta Oscar Francois de Jar Jeux, e del suo fido amico Andrè.
Sulla scia dei musical “popolari” come lo sono stati “Dracula” ed il più conosciuto “Notre Dame de Paris”, anche “Lady Oscar” cerca di toccare le corde più emozionanti grazie ad una colonna sonora vibrante e forte. Completamente attuale. L’ambientazione, a metà tra le strade parigine e le stanze di Versaille, divide il palco in due diverse zone. Quella dei poveri e quella invece della monarchia francese, impegnata a sperperare soldi in gioielli, feste ed affari personali. E Francois, per il forte volere del padre che desiderava avere un figlio maschio, si trasforma nel personaggio da tutti conosciuto come Oscar. A capo delle armare regali Lady ed Andrè osservano gli intrighi di corte. Maria Antonietta, appellata a Regina deficit, è la bambina viziata che la storia ci ha raccontato, il delfino uno stupido pupazzo ed il duca e la duchessa d’Orleans l’arredo barocco che mancava a Versaille. E le vicende eroiche Lady Oscar si assottigliano per dare spazio alla lotta del popolo fino al culmine della rivoluzione francese dove terminerà il racconto.
“Lady Oscar” è un piccolo spettacolo che si presenta senza troppe pretese, ma appassiona lo spettatore. La colonna sonora è ben strutturata e supportata da interpreti bravissimi e totalmente immersi nel ruolo. La storia, complicata, si crea senza lentezza, nell’arco delle due ore dello spettacolo. Tutti i tasti dolenti di un Paese distrutto vengono toccati e la rappresentazione burattinaia della corte di Francia è un perfetto escamotage per mostrare gli eventi storici e la loro influenza sul popolo. Amore e politica, bellezza e povertà sono gli elementi centrali di un musical, che forse non parla solo della passione tra Francois ed Andrè, ma indaga un importante stato d’animo fatto di tormenti e passione. Una piacevole sorpresa nel cartellone teatrale romano.










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