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Intervista a Jim Carrey

Pubblicato in Interviste, Jim Carrey da pinkandthecity il Dicembre 28, 2008
Jim Carrey arriva per la prima volta in Italia in occasione dell’uscita della sua nuova commedia YES MAN. Tornando al Carrey vecchio stile, l’attore recita il ruolo di un uomo che decide di dire “si” a qualunque cosa la vita possa offrirgli. Ciò concatena una lunga serie di eventi strani e positivi che gli cambieranno in meglio tutta la vita. Ambientato in una Los Angeles quasi surreale per quanto viene dipnta sopra le righe, YES MAN è una commedia divertente, spassosa e finalmente intelligente. Jim Carrey, Zooey Deschnel ed il regista del film Peyton Reed hanno raccontato ai nostri microfoni tutto quello che c’è da sapere su YES MAN.

YES MAN è una commedia ottimista. Ogni si detto equivale ad un nuovo evento positivo. Sig. Carrey, quanti si ha detto in tutta la sua vita, e le è capitato di dare dei no?

Jim Carrey: Oltre settecentonovantacinquemila sì e circa cinque no. (Jim Carrey ride continuamente durante tutta l’intervista n.d.r.) Credo che sia molto più difficile dire no che sì. Rispondere no alle persone è la cosa più difficile che si possa fare.

Per la lavorazione di YES MAN ha dovuto dire si a cose strane che nella vita normale non avrebbe mai fatto?

Jim Carrey: Ho dovuto imparare a suonare la chitarra, prendere lezioni di coreano, imparare a pilotare un aereo; il mio addestratore era preoccupatissimo. Mi sono dovuto buttare da un ponte per la scena del bungee jumping, e non nego che ero molto impaurito.

A proposito lezioni di lingua, ci può dire qualcosa in coreano?

(Carrey blatera qualcosa in una lingua incerta n.d.r.) Questo è quello che mi ricoedo. Dovrebbe essere un saluto ma non ricordo bene.

L’idea che il dire di si a tutto possa migliorere la propria vita nel film è rappresentata da una sorta di movimento capegiato da un folle guru. Sig.ra Zooey Deschanel, cosa ne pensa di queste realtà americane?

Zooey Deschanel: L’auto-aiuto è una cosa fantastica, perchè tutti possiamo migliare e può aiutare molto le persone, anche se penso ci siano altre strade per aiutarsi: religione, libri, seminari o la semplice spiritualità individuale.

Le conseguenze della setta degli Yes Man sono a dir poco esilaranti e comiche. Questa, oltre che essere un ottimo spunto per una commedia, è anche una critica ai guru che proliferano negli Stati Uniti?

Peyton Reed: E’ stato divertente mostrare questi seminari visto che in America sono molto diffusi ed i migliori riempiono anche gli stadi. Di certo c’è un potenziale manipolatorio, e c’è sicuramente un grande giro di affari legato a tali seminari. Nel film forse li abbiamo resi in modo un po’ caricaturale.

Jim Carrey: Devo ammetto che ci sono tanti guru a spasso, e alcuni propongono un autentico culto della propria personalità. C’è chi tende a deificare chi dà il messaggio, ma è il messaggio che viene dato quello che conta davvero.

Ed il messaggio di YES MAN è proprio quello di affrotnare la vita in modo positivo. Come ci siete arrivati a questo pensiero?

Jim Carrey: Credo che la commedia sia tra i modi migliori per far dare al pubblico un messaggio. Ma volevamo anche far ridere gli spettatori e l’idea alla base del film era perfetta. E’ stata una grande occasione per dire qualcosa di autentico. Volevamo che il pubblico tornasse a casa con qualcosa su cui riflettere.

La location romana di questa intervista pone l’obbligo di farle questa domanda. Le piacerebbe lavorare con qualche attore italiano? Magari Roberto Benigni?

Jim Carrey: Eh, sarebbe bellissimo! Roberto ha un anima incredibile, pieno di gioia, ha un amore puro per la vita. E si sta molto bene in Italia, è un posto splendido.”

Ed ora un’ultima domanda al regista. Com’è lavorare con Jim Carrey? Lui è pazzo sul set come nella vita?

Peyton Reed (scherzando): E’ molto difficile, se non impossbile. Jim è imprevedibile, è un tiranno, è crudele!

Jim Carrey: Io credo invece che lavorare con me sia bellissimo. Io mi trovo molto bene a lavorare con me!

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Intervista a Ben Stiller e Chris Rock

Pubblicato in Ben Stiller, Chris Rock, Interviste da pinkandthecity il Dicembre 8, 2008

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MADAGASCAR 2 esce nelle sale italiane il 19 dicembre. Dopo un primo acclamatissimo film, finalmente arriva al cinema il seguito nel modo più massiccio, divertente ed interessante che potesse esistere. Nel primo film abbiamo visto un leone, una zebra, una giraffa ed un ippopotamo fuggire dallo zoo di New York per andare in Africa. I quattro, accompagnati da un gruppo di pinguini psicopatici, atterrano in Madagascar dove, con difficoltà e tantissima ironia, cercano di ambientasi in quell’isola selvaggia. Nel nuovo episodio i quattro provano a lasciare il Madagascar per ritornare a New York, ma, anche questa volta i piani vengono stravolti. Il loro volo di fortuna è costretto ad atterrare nella gigantesca savana, ed i problemi (e le gag) tornano a fare da padrone. A Roma, Ben Stiller (Alex il leone) e Chris Rock (Marty la zebra hanno presentato MADAGASCAR 2 chiacchierando riguardo la nascita di questo episodio e degli importanti messaggi di cui il cartone animato di fa carico.

Il leone e la zebra sono i due personaggi più completi di MADAGASCAR 2. Qual è stato l’apporto personale che avete voluto dare ai due animali?

Chris Rock: Il mio personale contributo al personaggio è… che ho contribuito per tutto. Non c’era niente di scritto quando ero lì. Gli sceneggiatori non avevano fatto ancora molto ma ho cercato di portare la mia personalità ed anche le mie zebrature.

Ben Stiller: Beh, Alex è newyorkese. E’ una specie di attore, un performer, perciò ho guardato prima a questo e poi al fatto che lui è un leone. Anche perché sarebbe stato difficile per me pensare di dover essere un animale, e poi non sono molto in contatto con i miei istinti animaleschi profondi, come quelli di Jeffrey Katzenberg (il produttore del film n.d.r.). Lui è un animale! Non sto scherzando (Ben Stiller ride continuamente durante le sue risposte n.d.r.). Una forza della natura.

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Come si è sviluppato il vostro lavoro di doppiaggio? C’è stata una frequente interazione tra voi due?

Ben Stiller: Beh, quando si è nelle sessioni di doppiaggio si improvvisa molto. Siamo incoraggiati a farlo ed a divertirci. Noi quando creiamo la voce di un personaggio prima dell’animazione siamo molto liberi e possiamo provare tutto. Poi l’animatore ed il regista fanno una scelta. Perciò il nostro incarico è fantastico perché è come avere un lavoro senza nessuna responsabilità, è molto più semplice in questo modo.

Chris Rock: Ed abbiamo anche collaborato un pò insieme. Normalmente questo tipo di film si registrano separatamente e non vedi mai gli altri attori. Noi ci siamo incontrati un giorno ed abbiamo parlato, ci siamo abbracciati, abbiamo pomiciato, e poi ci siamo messi a registrare.

Ben Stiller: No, non è vero che abbiamo pomiciato.

Chris Rock: E Ben, lo sapete anche voi, è Ben Stiller. Lui ha portato i suoi giochi ed io i miei ed insieme abbiamo fatto un bel film.

Ben Stiller: E’ stata una bellissima giornata insieme. Poter dialogare del film, perché questo non succede mai nella maggior parte delle registrazioni.

Che tipo di personaggi animano MADAGASCAR 2 e che ritmo avete cercato di dare al film?

Ben Stiller: C’è un buon ritmo nel film ma non credo che sia molto complesso. Credo che ci siano più emozioni. Come la parte di storia in cui Alex incontra i suoi genitori. Credo sia davvero emozionante il racconto di quell’incontro ed è bello anche il rapporto d’amicizia tra Alex e Marty. In più ci sono dei pezzi molto divertenti che vedono la partecipazione dagli altri personaggi ed io credo che loro siano la parte migliore di tutto il film. Le scimmie, i pinguini, Gloria e Melman e Moto Moto…

Chris Rock: e la vecchietta…

Ben Stiller: è vero, c’è la vecchietta. Tutti loro fanno parte della parte fisica della commedia e poi ci sono anche gli elementi emozionanti ed anche delle battute che non possono capire i bambini ed è tutto mischiato bene insieme.

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Abbiamo visto che in America, malgrado i cambiamenti, è ancora forte il razzismo e la non accettazione della diversità. In MADAGASCAR 2, invece, vediamo un Ippopotamo che ama follemente una Giraffa; un Pinguino che sposa una bambolina ed il Leone amico di una Zebra. Quanto è importante il messaggio di diversità e cosa si può fare per preservarla ed allo stesso tempo spezzare il legame con il razzismo?

Chris Rock: Go Obama!! E’ molto importante per un ippopotamo ed una giraffa poter stare insieme ed amarsi. E’ importante per i bambini vedere un ippopotamo ed una giraffa essere innamorati, ed i leoni essere amici delle zebre, e penso che il mondo abbia bisogno di molte altre di queste cose.

Ben: (Annuisce tutto il tempo n.d.r.). Interessante. Credo che sia davvero un messaggio molto importante nel film.  E’ buono per i bambini poterlo vedere; vedere che non devi essere la stessa cosa per poter essere amici, e che, anche se diversi, c’è la possibilità di continuare ad essere amici. E l’amicizia è senza dubbio il cuore tematico del film.

Intervista @ Salemme, Rubini, Panariello

Pubblicato in Giorgio Panariello, Interviste, Sergio Rubini, Vincenzo Salemme da pinkandthecity il Ottobre 8, 2008

07.10.2008 – ROMA. Al multisala Adriano è stato presentata la nuova commedia targata Medusa di Vincenzo Salemme “No Problem”. Il regista, il sempre bravo Sergio Rubini e Giorgio Panariello hanno divertito la stampa creando piccole gag, forse più divertenti del film stesso.

Sig. Salemme, lei ha deciso incentrare nel film la passione per i vini ed il fanatismo televisivo. Come mai ha optato per questa particolare scelta?

VINCENZO SALEMME: Ho deciso di inserire l’ambientazione delle sale di degustazione perché ora va molto di moda. Vedi tante persone che bevono un vino e dicono che è ben strutturato e che ha un gusto particolare, ma alla fine nessuno ci capisce niente. Ho unito questo al mondo della TV. Quella che ho fatto non è una critica ma ho mostrato cosa può causare il successo televisivo. Credo che questo successo sia molto rischioso averlo se non si ha un vero talento.

Sig. Rubini, lei interpreta un manager ignorante che cerca il successo del suo cliente ad ogni costo. Si è ispirato a qualcuno in particolare?

SERGIO RUBINI: No, non mi sono ispirato a nessuno. Volevo solo lasciarmi andare al mondo di Vincenzo. Volevo proprio lavorare con lui e quando l’ho detto Salemme non ci credeva. Ma io davvero volevo lasciarmi andare perché ho potuto vedere i suoi lavori a teatro, ed a cinema, ed anche io ho la sua stessa formazione. Per questi motivi mi sono divertito molto cercando di seguire le sue direttive.

Adesso vorrei porgere una domanda a Panariello, terzo uomo del film. A Venezia i Coen hanno detto che si sono ispirati a lei ed a Chiambretti per un loro personaggio fuori di testa. Ma lei ha interpretato tantissimi ruoli borderline. I registi pensano che tu possa interpretare solo personaggi con problemi mentali?

GIORGIO PANARIELLO: Mi sa che mi vedono come un idiota. Neanche faccio più i casting ormai. Loro pensano “C’è il ruolo di un idiota? Prendiamo Panariello” (Nella sala si comincia a ridere). No, in realtà è molto difficile recitare il ruolo di un uomo con problemi di mente perché con un piccolo passo falso si scade nella macchietta. Ma io ringrazio tutti per avermi dato la possibilità di recitare il ruolo di personaggi idioti e fuori di testa.

Può un ruolo modificare la vita reale dell’attore come accade nel film e può, invece, la vita privata di un attore obbligare ad interpretare solo ruoli drammatici o comici?

V.S.: No, non succede. Altrimenti è segno che tocca andare dallo psichiatra. Per la tipologia del ruolo succede che magari una volta fai il cattivo e poi il distacco da questo tipo di ruolo si fa complicato. È difficile ritornare a fare il buffo ma un attore deve riuscire ad interpretare tutto. Sordi, per esempio, non era un comico, ma solo un bravo attore.

S.R.: Gli attori che hanno qualche problema di identità, per esempio, magari recitano un ruolo che funziona e poi rimane attaccato come una maschera. Non è una cosa pirandelliana, ma fa parte del gioco.

Il film è recitato tutto da attori provenienti di teatro. È una specie di passo indietro, ma lei, sig. Salemme, perché ha optato per questa scelta? Ha qualcosa a che fare con la sua polemica sulla bassa qualità delle fiction?

V.S.: L’attore bravo a teatro è bravo al cinema ed anche in TV. È bravo sempre. Io cerco di scegliere sempre e solo bravi attori che abbiano fatto teatro perché recitano in modo più reale. Questo è il mio gusto. Le fiction, invece, sono tante e non c’è sempre il modo di trovare molti attori bravi.

Tra lei, Panariello e Rubini si nota una particolare sinergia in tutto il film.

V.S.: Con Giorgio ho ripetuto in questo film l’esperienza di recitare insieme e mi sono trovato benissimo. Mentre tra me e Rubini ha funzionato in modo diverso. Quasi non riuscivamo a recitare. Ogni volta lui cominciava a ridere all’inizio delle scene da girare insieme.

S.R.: Però nel film si vede che ride sempre lui.

V.S.: Eh, ma t’ho tagliato tantissimo. Io non mi potevo tagliare!

Sig. Panariello, è in sala con questo film, presto ne girerà uno nuovo ed è in vendita il suo libro. A proposito di questo ultimo progetto, si nota la sua passione per gli animali. Anche nel film c’è una foto di lei con il suo cane.

G.P.: Il libro è un vecchio progetto. Ci ho messo davvero tanto a scriverlo ed è molto semplice. Non voglio essere il nuovo Faletti. Voglio tranquillizzare i lettori. Il libro è legato ha un’iniziativa animalista. Questa estate ho messo insieme le quattro associazioni, che normalmente sono molto litigiose le une con le altre, ed insieme, con l’aiuto del libro, cercheremo di costruire un ospedale per animali.

Sig. Rubini, con il tempo il suo stile è cambiato molto. Ora la sua immagine appare più ricercata e con il successo sono aumentate le sue le sue avventure amorose?

S.R.: Ma che domanda è? (Rubini è in evidente imbarazzo). Stile? Che poi questo (riferendosi a Salemme) mi ha detto che oggi sembro vestito da prete. In realtà gli attori hanno un privilegio perché ti regalano i vestiti. E le ammiratrici comunque non c’erano prima e non ci sono neanche adesso con questo nuovo look. Ma che vuoi che ti dica, sono molto in imbarazzo ora.

Siete mai scesi a compromessi per il successo? Quale compromesso accettereste?

G.P.: Se c’è da fare compromessi fisici non c’è problema!

V.S.: Io vorrei che rispondesse Rubini con quest’aria da intellettuale.

S.R.: Io li farei tutti i compromessi, ma per formazione non ho il carattere giusto. Gassman un giorno mi disse che nel nostro campo le raccomandazioni non esistono ed è vero. Mentre le attrici…

V.S.: E che tu sei regista…

S.R.: Ma io non sono un’attrice.

G.P.: Beh, ma dai, i compromessi si fanno ma nel senso che se uno ti impone qualcosa si cerca una via di mezzo. Io non sono mai sceso a compromessi, però lui (riferendosi a Salemme) ha tentato di provarci con me, ma a me non piace.

V.S.: Non è vero. A me piace Rubini.

G.P.: E’ che lui è più elegante. Ha look!

Ormai la conferenza è completamente degenerata e battute su battute fanno fermare la penna che non è veloce abbastanza per scrivere tutto. Ma con un trio comico come Salemme, Rubini e Panariello c’era da aspettarselo.

Intervista @ Al Pacino e De Niro

Pubblicato in Al Pacino, De Niro, Interviste da pinkandthecity il Ottobre 8, 2008

16/09/2008 – Roma – AL PACINO e ROBERT DE NIRO

In occasione del lancio italiano del film Sfida senza regole, Al Pacino e De Niro, protagonisti della pellicola, sono arrivati a Roma per incontrare stampa e fan. Letteralmente il “cinema” è approdato nella Capitale. Separatamente, i due attori, hanno partecipato ai più grandi e bei film mai realizzati, e poterli rivedere insieme ancora una volta, dopo Heat, La sfida, è qualcosa di irripetibile. L’incontro stampa è stato quindi un pretesto per discorrere del rapporto tra i due attori, del nuovo lavoro e del vecchio e grande cinema.

Mr. De Niro, è stato lei a volere come partner Al Pacino in Sfida senza regole. Ci può spiegare il motivo di questa scelta?

De Niro: Io ed il regista (Jon Avnet, n.d.r.) volevamo fortemente realizzare questo film. Inizialmente nella sceneggiatura prevedeva la presenza di un poliziotto anziano, io, ed uno più giovane. Rileggendolo ho pensato: “Perché non utilizzare due poliziotti anziani?”. Ho quindi subito pensato ad Al e lui si è dimostrato completamente disponibile.

Avete scherzato su questo film, dicendo: “Pacino l’ha fatto per dimostrare agli altri che è ancora vivo, De Niro per dimostrarlo a se stesso”. Quanto è difficile, anche per due come voi, trovare un ottimo script a Hollywood?

Pacino: Penso che fosse una battuta, mi auguro che lo fosse… Credo che da questo punto di vista sia una metafora, nel senso che gli attori sanno di essere vivi quando recitano. Per quel che riguarda la sceneggiature è vero, è difficile trovarne una buona, che ti spinga a volerla interpretare. Io e Bob sono una quindicina d’anni che non lavoriamo insieme, e abbiamo sempre cercato di farlo, vero Bob? Se non altro io volevo lavorare con lui… In un paio di occasioni ci eravamo quasi, però purtroppo i rispettivi programmi non ci hanno consentito di farlo. Quando Bob mi ha offerto questa opportunità, di interpretare un ruolo tipico newyorkese, ho pensato valesse la pena di accettarlo. Ci sono dei momenti in cui c’è come un’ondata di buone sceneggiature, arrivano tutte insieme, quindi uno deve cercare di inseguire, di procedere in questo modo per poterle cogliere.

De Niro: Devo dire che prima di realizzare “Heat” abbiamo cercato più e più volte di fare qualcosa insieme, dopo “Heat” lo stesso ma abbiamo dovuto aspettare fino a questo progetto. Speriamo di poter mettere insieme un nuovo film prima che passino altri 13 anni.

Quanto De Niro ha imparato da Pacino e viceversa?

De Niro: Devo dire che ci troviamo bene insieme, ci divertiamo, inoltre Jon Avnet è uno di quei registi per il quale ciò che un attore fa non è mai sbagliato, secondo me dovrebbe essere la regola di base per dare agli attori una certa sicurezza. E’ stato fantastico lavorare con Al anche perché ci conosciamo, probabilmente a livello inconscio questo rapporto ha influenzato la nostra performance.

Mr. Pacino, la sua carriera è fatta di tanti personaggi borderline. Delle entità in chiaro-scuro. Quanto queste interpretazioni hanno influenzato la sua vita?

Pacino: Penso più di quanto mi piacerebbe sapere. Mi piace anche questa definizione di chiaroscuro, perché fondamentalmente questa è la caratteristica che ho sempre rilevato nella stragrande maggioranza delle persone con cui entro in contatto; è vero che ci sono stati ruoli unidirezionali nella mia carriera, ma trovo questa duplicità molto interessante. Oltretutto recitare mi consente di andare ad esplorare la parte buia, più nella recitazione che nella vita, dove magari prevale la parte chiara.

Prima di girare, era maggiore il piacere dell’incontro o la paura del confronto?

Pacino: Ovviamente per me il piacere di lavorare con Bob, anche perché Bob ormai io lo conosco da metà della sua vita, e anche della mia; lui è una persona estremamente generosa, condivide la sua comprensione del cinema e dei ruoli, e questo è molto importante quando si lavora. Questo apprezzamento lo ha fatto qualsiasi altro attore che abbia lavorato con lui. Nulla è stato sgradevole nel lavorare con lui.
Quando eravamo più giovani ci trovavamo in situazioni più competitive, questo ha portato una lontananza tra noi che però, nel corso degli anni, si è ridotta, ci siamo avvicinati. Ora per noi è un piacere essere vicini e lavorare insieme.

De Niro: Io ho grande rispetto e ammirazione nei confronti di Al. Mi ricordo che c’è stato un periodo in cui ci incontravamo, parlavamo, ci scambiavamo appunti su quel che erano determinate situazioni, ognuno poi conservava il proprio punto di vista; in alcuni periodi siamo stati attirati da cose diverse. Però, nel vedere la reazione a quella che è stata la nostra collaborazione in questo film, mi sarebbe piaciuto aver fatto qualcosa con lui prima, altri film, avrei potuto essere più attivo, darmi da fare, e mi auguro che presto ci possa essere un altro progetto al quale lavorare insieme.

Pacino: Oltretutto quando ci si afferma in giovane età si può perdere il contatto con la realtà. La possibilità di avere qualcuno come Bob che ti consente di fare il punto della situazione, di poterti confrontare con qualcuno che ha avuto un percorso simile, col quale avverti questa sorta di fratellanza, è qualcosa di molto importante.
Questo mi ha aiutato ad affrontare le altre parti della carriere, meno difficili da affrontare come persona, come essere umano. Non sei da solo con i tuoi problemi.

Che rapporto avete ancora con il vostro mestiere? Il problema è soltanto trovare nuove sceneggiature? C’è ancora passione o è cambiato tutto?

Pacino: E’ un po’ come Pirandello, “Sei personaggi in cerca d’autore”. In realtà noi come attori siamo continuamente alla ricerca di un ruolo, c’è questa fame continua. Io tra l’altro sono attore di teatro, e ogni volta che posso mi piace tornare lì sopra, mi piace l’idea della rappresentazione dal vivo. Vai alla ricerca di ruoli sperando che non sia sempre tu a doverli cercare, ma che qualche volta sia il ruolo ad esserti offerto.
Io adesso sto lavorando a una cosa per conto mio, da tre anni; questo film è stato come uscire un po’ dal mio giardino, però mi piace proprio l’idea di lavorare, di riuscire a mettere insieme tutte queste cose, di dare un risultato. Io non mi voglio paragonare a Orson Welles, lui era un genio, però lo capisco quando dice che era un attore di teatro che si era innamorato del cinema, anche perché è un’arte giovane dalla quale si può tratte qualcosa di originale. Può ingannare il fatto che veniamo spinti a rifare i film sempre nella stessa maniera, e invece no, c’è questo aspetto del nuovo che bisogna sempre tirare fuori.

De Niro: Ho dimenticato la domanda. A volte ti capitano dei ruoli che interpreti in maniera fantastica, che vengono fuori in maniera eccezionale, però non è sempre così, questa è la realtà. Quello che mi piace fare è poter sviluppare dei progetti, come fa Al, lavorarci, farli maturare e sviluppare nel corso degli anni, avere delle idee che col passare del tempo aggiusti, porti alla giusta fase, trovi il regista giusto… A me piace lavorare così e devo dire guardando indietro a quella che è la mia carriera che mi sarebbe piaciuto aver fatto più cose di questo tipo, cose più ponderate, elaborate nel corso del tempo, anche perché prima che te ne rendi conto il futuro arriva, e quando arriva devi essere pronto.

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Intervista a Meryl Streep

Pubblicato in Interviste, Meryl Streep da pinkandthecity il Ottobre 6, 2008

Maryl Streep, a Roma per presentare il film Mamma Mia, si è piacevolmente data in pasto alla stampa nell’elegante cornice dell’Hotel St. Regis. Dopo anni d’attesa, che l’hanno vista protagonista di voci di corridoio e successive smentite sul suo arrivo in Italia, finalmente Maryl Streep, che detiene il record di nomination all’Oscar, si presenta in tutta la sua bravura, pronta a parlare del film, della sua carriera ed anche della sua vita personale.

Lei ha il record di nomination agli Oscar e non ha praticamente mai avuto critiche negative in tutta la sua carriera. Con un passato del genere ha mai sofferto del complesso della prima della classe?

Guardi, io sono madre di quattro figli: loro sono bravissimi a tenermi con i piedi per terra; la famiglia rimette tutto nella giusta prospettiva. In generale, non penso al mio ruolo nell’industria cinematografica. Ci penso soltanto prima di andare alle conferenze stampa. A volte, quando incontro delle giovani attrici, mi rendo conto che sono un po’ in soggezione nei miei confronti; anch’io non sono mai sicura prima di iniziare il lavoro su un ruolo. Ma, in generale, non avverto atteggiamenti particolari da parte dei miei colleghi, quando lavoriamo insieme.

Mamma mia!” , oltre che una splendida commedia, è anche un film sul diventare vecchi ma lei si mantiene sempre in splendida forma. Che antidoto ha trovato all’età come attrice e come persona?

Innanzitutto devo dire che sono molto grata per la carriera che ho e per la mia famiglia; forse a una certa età ci si sente più stanchi, ecco, e si arriva alla fine della giornata con qualche doloretto in più. Ma le donne della mia età hanno molto da dare; d’altra parte, vogliamo anche molto di più.

Per questo film lei ha provato le coreografie per un mese, prima delle riprese. Come ha affrontato il lavoro sul ballo, e in generale come si tiene in forma?

Non sono così in forma! A un certo punto è la paura che ti spinge a ballare e a saltare. La musica può spingere le persone a fare cose inaspettate.

E a proposito di musica, lei in questo film dimostra di avere una musicalità naturale, ma anche derivata dall’ambiente in cui è cresciuta. Visto il successo di “Mamma mia!”, ha dei progetti per fare un altro musical?

Io non sono una cantante, sono un’attrice che sa cantare. I cantanti esprimono se stessi con la musica, a me semplicemente piace cantare. Ho lavorato a “Madre coraggio”, un’opera che abbiamo messo in scena a Central Park per scopi benefici; tra poco ne uscirà la registrazione. La musica è stata sempre presente nella mia vita: quando era già molto anziana, mia madre mi disse che se non si fosse dovuta dedicare interamente alla famiglia avrebbe voluto essere una cantante di piano bar.

Sempre a proposito di musica, ci può dare qualche ricordo dei Beatles?

Quando i Beatles vennero in America nel ’65 io avevo 15 anni. Mia madre mi diede il permesso di andare a New York per il concerto con il mio ragazzo, e io ero nelle prime file e avevo un enorme cartello con scritto “I love you Paul” e forse lui mi ha visto, non so. Mi piace pensare che se ne sia ricordato perché quando ha ricevuto il Grammy alla carriera ha chiesto che fossi io a consegnarglielo.

Tornando al film, vediamo che il gruppo maschile si contrappone a quello femminile, gli uomini alle donne come nel gruppo degli “Abba”. Lei pensa che questa contrapposizione sia ancora presente ai nostri giorni, anche a livello cinematografico?

Diciamo che la maggior parte dei film sono pensati da uomini, e le donne sono spesso in secondo piano. E’ vero che ci sono pochi film pensati per le donne. Questo film è stato girato da una donna con un cast prevalentemente femminile: gli uomini potrebbero scegliere di non vederlo, probabilmente dovrebbero essere portati al cinema per vederlo, anche se sono sicura che si divertirebbero moltissimo. C’è una grande risposta di pubblico per questo tipo di film, anche gli Studios non si aspettavano qualche successo.
Per quanto riguarda il contrasto tra uomini e donne: nella storia tutto cambia, e si spera che cambi per il meglio.

Lei ha assolutamente ragione. La storia, quella americana dell’ultimo periodo, ci dimostra che le cose davvero possono cambiare. Lei, che ora ne ha la possibilità, per chi voterà alle elezioni di novembre?

Io voto Obama.

E di di Sarah Palin cosa ne pensa?

Io non la conosco affatto, il fatto è che nessuno la conosce. Su questo punto preferisco non commentare.

Ritornando invece alle giovani leve del cinema, anche sua figlia ha intrapreso al sua strada. Ha dei consigli da darele? Non tutti possono vantare come madre un’attrice del calibro di Meryl Streep!

Io ho mille amici attori che non hanno avuto successo, che ora lavorano come doppiatori o nella pubblicità; quindi i miei figli conoscono luci ed ombre di questo mondo. Quando io ho iniziato ero molto più ottimista di loro, pensavo che avrei avuto successo perché ero io: loro sono molto più concreti di me. Comunque, io non posso intervenire nelle loro scelte. Da parte mie, ho amato tutte le mie esperienze come attrice, che mi hanno dato molto come persona.

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Intervista a Patrick Dempsey

Pubblicato in Interviste, Patrick Dempsey da pinkandthecity il Giugno 1, 2008

Fonte: CelluloidPortraits.it

Patrick Dempsey interpreta il protagonista della nuova commedia romantica Un amore di Testimone, in uscita il 12 giugno. Ha piacevolmente incontrato a Roma la stampa per parlare del suo rapporto con le commedie romantiche, del suo successo televisivo e della passione per la moda che l’ha lanciato ed ora lo ha reso un sex symbol grazie alla collaborazione con la maison Versace.

Il nome Patrick Dempsey è facilmente accostabile al genere delle commedie romantiche americane. Però tutti questi film sfociano sempre in situazioni irreali ed improbabili.  Accade la stessa cosa in Un amore di testimone?

No, non accade in questo film, ma normalmente le storie romantiche sono molto irreali. La sfida è stata proprio nel realizzare qualcosa di nuovo che ravvivasse il genere. Abbiamo cercato di radicare nella realtà la storia. Lo spettatore deve percepire una storia vera ed allo stesso tempo ritrovare tutti i propri desideri nel film sperando in un lieto fine.

Questo aspetto si vede in alcune scene clou del film. Specialmente in quella in cui Hannah le chiede di diventare il suo “damigello”. In che modo avete affrontato queste situazioni?

Non è stato difficile, abbiamo affrontato molte cose all’ultimo minuto. Sapevamo che c’erano delle lacune nella sceneggiatura ed insieme si è cercato di riempirle con le nostre esperienze e con la partecipazione di tutti. Abbiamo voluto trovare un aspetto fisico anche in tutte le altre scene, oltre che sottolineare l’ideale emotivo che volevamo venisse fuori dal nostro lavoro. Tutti gli aspetti sono stati incorporati nel film per poter radicare completamente la storia nella realtà, oltre che aggiungere quegli sfaccettaturedi realtà emotiva ed eleganza di stile.

Lei è un uomo affascinante; il sogno delle donne passionali. Si rifà ad un preciso modello cinematografico?

Ho cominciato la mia carriera come giocoliere e poi sono diventato un modello. Mi piace molto Buster Keaton e la sua fisicità ed intelligenza nel costruire le scene comiche, ma anche Cary Grant mi affascina molto. Le loro commedie erano aggressive e conservavano un lato dark e per questo mi piacciono molto. Ci sono risate, la gioia, il calore. Mi piacerebbe realizzare qualcosa di simile, ma dipende dagli sceneggiatori.

Lei è diventato famoso grazie alla serie televisiva Gray’s Anatomy : si sente più un eroe romantico o un attore drammatico ed in che modo costruisce il suo personaggio?

E’ difficile accomunare un personaggio tv a quello del cinema. Quello televisivo è più complicato. La storia non ha inizio ed una fine. E’ un qualcosa che si costruisce con il lavoro e scegliamo giorno dopo giorno come comportarci, ma rimaniamo sempre legati alle costrizioni della sceneggiatura. Il film ci dà libertà nella costruzione di un personaggio, ma indubbiamente è la tv il mezzo che ci rende famosi.

Utilizzando un gergo medico alla Gray’s Anatomy, qual è la situazione di salute della commedia romantica?

Beh, può decisamente migliorare, ma il vero problema è che le commedie sono girate veramente male. Noi, per questo motivo, abbiamo voluto utilizzare la bravura di Tony Pierce-Roberts. Certo non abbiamo inventato nulla, ma abbiamo cercato di realizzare tutto nel modo migliore possibile. C’è bisogno anche di nuovi temi e, se devo proprio risponderle, la commedia è viva… ma appena.

Grazie a tutte le sue esperienze, ai suoi ruoli televisivi e quelli cinematografici, è stato scelto da Donatella Versace come immagine della linea uomo: qual è il suo rapporto con la moda italiana e quanto è importante per lei la bellezza?

Il rapporto con il team di Donatella è stato davvero bello. Quando abbiamo realizzato la campagna, mi sono divertito tantissimo e l’ambiente era eccezionale. Sono tutte persone fantastiche ed i vestiti sono bellissimi. L’aspetto artigianale li rende unici e  quando li indosso mi sento decisamente meglio. In più le foto sono bellissime  ed io adoro lo stile di Donatella ed adoro indossare i suoi vestiti.

Il tempo a disposizione termina e Dempsey si prepara ad accogliere un altro gruppo di giornalisti sfoggiando ancora una volta il sorriso e lo sguardo che l’ha reso uno degli uomini più popolari del momento.

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A Day With Clooney

Pubblicato in Commedia Romantica, Interviste da pinkandthecity il Aprile 14, 2008

In collaborazione con FuoriLeMura.it

E’ un dato di fatto che George Clooney sia un sex symbol. Un uomo da imitare. Piace a tutti. Donne e uomini. Per le signore è l’oggetto del desiderio, per i signori è la rappresentazione di un fascino da imitare. Per questo motivo quando i conoscenti hanno saputo che avrei incontrato George Clooney mi hanno tartassato di telefonate. “Ti prego, digli che lo invito a casa mia” è una frase che ho sentito un bel pò di volte. “No Martini, no Party” è ormai lo slogan che odio di più per quante volte nell’ultima settimana l’ho sentito riperere. C’è stato perfino chi mi ha chiesto di riferire “sono più bravo di lui nel sesso. Diglielo. Posso dargli dei consigli”. E’ passata completamente in secondo piano la simpatica Zenèe Zellweger, ormai spalla del divo mezzo americano e mezzo italiano.

Quando sono arrivato al Grand Hotel St. Regis mi sono reso conto di quanta influenza abbia quest’uomo sui media. Praticamente all’appello c’erano tutti. Dai giornaletti alle riviste di politica. Clooney può sostenere qualsiasi tipo di domanda. E’ pur vero che il film In amore niente regole non si presta assolutamente a nessun tipo di domanda impegnata, ma non importa. Ognuno vuole un pezzo di George. Qualunque affermazione su qualsiasi argomento va bene.

Ed infatti quando la conferenza inizia Clooney si presta a qualsiasi domanda non riguardante il film. Ci tiene a precisare e ricordare il suo impegno per la campagna in Darfur. “Io continuo a parlarne, mi sembra giusto farlo perchè è una giusta causa, i problemi in Darfur, come in Sudan, sono ancora molto molto seri. Ho recentemente incontrato il premier inglese Gordon Brown per cercare di riuscire a ottenere un dialogo con i ribelli, visto che fino a ora è stato quasi impossibile. Bisogna in questo momento proteggere anche economicamente le forze ONU presenti in Darfur, affinchè possano dare un contributo concreto per risolvere veramente la sitazione”. Continua a parlare di temi importanti. Non ne lascia tacere neanche uno. Sulle Olimpiadi apprezza i manifestanti che volgiono far sentire la propria voce ma spera che non si scada in terribili azioni di vilenza. Parla anche di elezioni americane ed Italiane. “Sono amico di Obama, di Hillary Clinton e anche di John McCain, così come di Walter Veltroni. Sono convinto che Obama possa essere un ottimo leader e che, soprattutto, sia dotato di straordinarie arti oratorie. Quando parla è capace di far tacere chiunque, anche i politici, mi ricorda Roosevelt e Kennedy. È la stessa impressione che ho avuto su Veltroni, mi è capitato di incontrarlo, ho notato la sua grande capacità d’intelletto, è una persona che parla ai giovani di speranza e di ambiente pulito, temi che trovo molto importanti per la politica italiana e che tanti invece trascurano”.

La conferenza continua su questa riga finchè l’addetto stampa prega vivamente la folla di spostare l’attenzione sul film. Quando la conferenza finisce si può finalemente tornare a casa in attesa del tanto esclusivo Red Carpet. Dalla mia postazione nello spazio TV ho potuto osservare ed ascoltare tutte le star chiacchierare di come è stato bello cenare con Clooney e di come il divo sia bello e simpatico. Valeria Marini afferma che Clooney è in assoluto l’attore più bello di Hollywood. “Quando sono stata a cena da lui mi sono molto divertita. C’era anche Matt Damon ma George è più bello. Poi a lui piace il vino rosso e la buona cucina. E’ l’unione perfetta del divo hollywoodiano e della classe italiana”. Come lei la pensa anche Pamela Prati. “Anche io sono stata a cena con Clooney. E’ davvero un bell’uomo ed è simpaticissimo”. Solo l’ex-isolano Luca Calvani esce fuori dagli schemi. Dice di apprezzare la bellezza di Clooney ma pensa di essere più interessante. Si defila dicendo “non si parla male dei presenti”.

Le folle urlanti delle ragazzine continuano ad urlare, ma il massimo lo raggiungono quando finalmente George Clooney arriva a Piazza della Repubblica. Si concede un lunghissimo bagno di folla tra le ragazzine che gridano “George, I Love you”. Le fan non hanno età malgrado Clooney abbia 46 anni. “Ci tengo molto alla bellezza” – confida George Clooney – “l’altro giorno ero a New York con Brad Pitt e ci prendevano in giro chiamandoci stupidi perchè facciamo a gara a chi è il più bello”. Le signore apprezzano questa sua mania e continuano ad urlare. Arriva anche Renèe e nuovamente si ritrova un pò in disparte. Merito anche della sua freddezza con i fan.

Quando la premiere termina tutti cominciano a tornare a casa. Ognuno ha rubato un pezzettino di George Clooney. Alessandra, che festeggiava il suo 19° compleanno, dice di essere fortunatissima. “Questo compleanno l’ho potuto vivere nel modo migliore. Non vedo l’ora di tornare a scuola e raccontare tutto! Ho festeggiato con George Clooney”.

Lui è il divo fatto persona. E’ il sogno di tutte. E’ il modello da imitare. E’ un bellissimo uomo con una grande intelligenza. E’ solo questo il segreto del suo successo.

Si ringrazia per il materiale fotografico Andrea Poppiti

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Intervista a Jodie Foster

Pubblicato in Interviste, Jodie Foster da pinkandthecity il Aprile 14, 2008

Quest’intervista è a cura del settimanale on-lin FuoriLeMura.it

Jodie Foster è una donna forte, sicura di ciò che afferma e di come lo fa. Bellissima. A Roma presenta il film fantasy Alla ricerca dell’isola di Nim nelle sale dall’11 aprile. Il film è una favola per bambini con la pretesa di raggiungere le coscienze degli adulti. L’ecologia è il concetto di base del film che si avventura tra momenti d’azione piacevolissimi e divertenti.

Sig.ra Foster, questa è per lei la prima commedia in cui lavora. Come ci si sente ad interpretare il ruolo di Alexandra e come mai per vederla in veste comica abbiamo dovuto attendere così tanto tempo?

E’ da 15 anni che cerco di fare una commedia ma non avevo mai trovato nulla di interessante. Quando finalmente ho letto questa sceneggiatura ho dovuto letteralmente bussare a molte porte finchè non ho convinto i produttori. Sono sempre stati abituati vedermi in ruoli drammatici e perciò ho dovuto insistere molto per riuscire a farlo. Anche per Gerard Butler (300) è stata la stessa cosa. Lui lavora in film molto di phatos, d’azione. Inq uesto ci siamo divertiti a prenderci in giro.

Sappiamo che i suoi figli non hanno mai visto un suo film perchè troppo violenti e non adatti ai bambini. Ha concesso loro di vedere quest’ultimo film?

Si, è vero. Questa è la prima volta che i miei figli mi hanno vista sul set. E’ stato un momento grandioso. Abbiamo letto prima il libro cercando di immaginare i personaggi, gli animali. Ed è stato bello. Per gli altri film loro sono venuti a trovarmi ma non potevano accedere al set. Per Il buio nell’anima non hanno potuto vedere neanche il trailer.

Alexandra, il personaggio da lei interpretato, è una scrittrice piena di fobie che preferisce rimanere chiusa in casa piuttosto che incontrare altre persone. Lei ha delle paure?

Particolari fobie non ne ho. Sono una persona qualunque: faccio sport, scio, poi però torno a casa per una doccia. Non sono il tipo da campeggio. Forse mi intimoriscono i gatti. Li vedi lì, con i loro occhioni e le fauci che ti osservano in silenzio.

Siamo in periodo elettorale. Lei per chi andrà a votare?

Sono democratica, ma questo non è un segreto. Basta accedere ad internet per scoprirlo. Però io preferisco non esprimermi.

Lei è apprezzata da tutti ed è un’icona gay. All’ultimo festival gay di Torino hanno presentato un film chiamato Jodie Foster. Un’icona. Come si sente ad essere un’icona gay ed era già a conoscenza dell’esistenza del film?

No, non lo sapevo. E’ un pò spaventoso (sorride). Non ne sapevo nulla.

L’intervista termina e la superstar con le sue movenze sensuali si alza e va via. Jodie Foster è una diva che preferisce tenere per il suo privato tutto ciò che non riguarda il suo lavoro. Sa di essere un’eccellente attrice e solo di questo vuole parlare differentemente da chi utilizza la propria fama per esporsi il più possibile all’influenza dei media.

Intervista a Renèe Zellweger

Pubblicato in Interviste, Renèe Zellweger da pinkandthecity il Aprile 6, 2008

59_825187324_renee_zellweger43_H195350_LE’ arrivato anche quest’anno il film d’animazione natalizio. Dopo i pesci, gli sgorbi, i topi, i giocattoli e chi ne ha più ne metta, è il turno delle fastidiose e ronzanti api. “Bee Movie” è un film per bambini con protagonista una piccola apina che, finalmente laureata, si stacca dal gruppo per esplorare la città. Nel caos terribile di Manhattan l’animaletto, chiamato Barry, incontra Vanessa, una fiorista, e le cose cambiano. I due diventano amici e cominciano insieme a vivere delle divertenti avventure.
La grande promozione ha toccato molti paesi europei ed è giunta anche in Italia. Renèe Zellweger, ha incontrato la stampa per fare una chiacchierata divertentissima sul film.

Lei è la voce di Vanessa, la fiorista in cui Barry si imbatte. E’ stato difficile creare la voce per questo personaggio?

La bellezza di Vanessa è che lei è una persona dolcissima, carismatica  e molto eccentrica. Io volevo renderla ancora più piacevole. Ho deciso di darle la voce delle grandi donne dello spettacolo americano degli scorsi anni per dare a tutte loro il giusto merito e. Ma comunque l’unica cosa fondamentale è che il personaggio non sembrasse per niente una casalinga. Ricordo che quando sono arrivata la prima cosa che ho detto è stata – Per piacere non facciamo di Vx31157841059385367anessa una casalinga disperata -.

Come si è svolto il lavoro sul set visto che il film è completamente 3D?

Questo è il secondo film d’animazione a cui partecipo (il primo è stato “Shark Tales” n.d.r.), ma questa volta è stata un’esperienza diversa. Mi sono divertita moltissimo. Il creatore della storia ha lavorato con me e in questo modo potevo passare direttamente dal testo alla recitazione e tutto si creava sul momento. E’ stato divertentissimo per noi perché abbiamo passato ore intere in una stanza a ridere 1192288786come dei matti. Forse per gli studios non è stato proprio il massimo perché hanno dovuto pagare in più per il tempo perso a ridere. Però rimane un’esperienza particolare perché sul set non ci sono costumi, o trucchi e persone e bisogna basarsi solo su sé stessi.

Qual’è il suo rapporto con la televisione ed i cartoni animati?
Da piccola non vedevo molto la tv. Mi piaceva moltissimo “Beep beep” ma non vedevo nient’altro. Poi all’università la mia camera era proprio sopra il luogo in cui facevano il festival dell’animazione indipendente, e io vedevo sempre tutti quei film. E’ per merito di quella manifestazione che probabilmente faccio l’attrice. Adesso invece non guardo moltissimo la tv se non un canale via cavo che trasmette dei cartoni molto interessanti. Vedo sempre “Family Guy” ed “I Simpson”. Credo che questi cartoni animati abbiano portato la tv ad un livello superiore.

“Bee Movie” uscirà al cinema il 21 dicembre e si prospetta essere uno dei film che gareggia per la battaglia da box office natalizio. Film ironico, intelligente e poco scontato, è perfetto per passare un pò di tempo con il sorriso stampato sul volto. Peccato solo non poter ascoltare la bellissima voce di Renèe Zellweger nella versione italiana del film.

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Intervista a Tom Cruise

Pubblicato in Interviste, Tom Cruise da pinkandthecity il Aprile 6, 2008

tomcruise360romafilmfestival“Lions for Lamd”, in italiano “Leoni per Agnelli”, è il nuovo film di Robert Redford. Presentato a Roma nella sezione “fuori concorso”, rappresenta uno dei film più attesi del festival. La stampa ha incontrato Tom Cruise che gentilmente ha risposto spiegandoci il senso del film.

Come è entrato in questo progetto?

Avevo sentito che Bob (Robert Redford n.d.r.) stava per fare un film e che ci sarebbe stata anche Meryl (Meryl Streep) e io l’ho voluto fare. Ho molta ammirazione per Bob. Lui è all’avanguardia. Quando ha cominciato ha deciso di rompere con gli studios ed ha fatto esattamente quello che ha voluto. Quando ho finito di girare il film “Taps”, per esempio, Bob stava facendo “Ordinary People” e pensai che riusciva a fare cose interessanti in modo estremamente intelligente. Io studiavo i suoi film ed adesso, aver avuto questa possibilità, è una cosa fantastica.

Redford è un attore ed un regista allo stesso tempo. Sotto la sua direzione come ha gestito la sua recitazione?

E’ stata un’esperienza straordinaria. Lui si cala completamente nel personaggio. Ha una grande forza intellettuale. In una scena ero seduto ad un tavolo con Meryl Streep e nella scena entra Robert per darmi dei consigli. Ero stupefatto. Pensavo: “E’ come trovarsi in una scena de -La mia Africa- “, ed ero immobilizzato. Ho lavorato con persone che ammiro ed è stato appassionante.

Film come questo possono cambiare la concezione della guerra?

Non considero questo un film di guerra ma spero che possa in qualche modo costruire un dialogo. Quando guardo “The Candidate” mi rendo conto che film di questo tipo diventano con il tempo sempre più importanti. E’ il tipo di film che mi interessa e penso che anche questo film sarà valido tra cinque anni. Il punto non è parlare di Iraq o Afganistan, la cosa importante è che le persone siano stimolate a dialogare. Solo con il dialogo si può ottenere quello che si vuole.

Lei è una persona che per avero pubblicamente parlato della sua religione è stato massacrato dalla stampa. Qual’è la via migliore per raggiungere il rispetto tra religioni e culture?

Credo che tutti dovrebbero parlare liberamente. E’ solo comunicando che si attraversano i confini con il rispetto per gli altri. Io sono stato fortunato. Da ragazzo speravo di arrivare qui. Vedere altri. Conoscere tutto il resto, ed ora che posso farlo vedo che i conflitti possono essere risolti con la comunicazione. Questo è l’unico modo per avere fiducia reciproca. In questo modo si affrontano le guerre.

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